CECITÀ

di Riccardo Dal Ferro
Illustrazione di Marco Pasin

Se è il buio che ti spaventa, sappi che una notte può durare per tutta l’Eternità.
Jago stava accovacciato nell’ombra di un vicolo, mentre la pioggia scardinava il silenzio della città, ormai deserta, eppure brulicante di mostri. I loro occhi brillavano metallici nell’oscurità, le loro movenze spastiche ricordavano quelle di un albero scosso dalla brezza invernale, i loro vestiti erano uniformi di malcelato grigiore.
Il mondo era cambiato, ma Jago non si era accorto di che cosa fosse successo. È buffo quando si scopre come tutto ciò che ti hanno insegnato, dopo una vita di studi e letture, altro non sia se non una menzogna ben congegnata, perfettamente calcolata in modo da renderti impossibile reagire, nel momento stesso in cui la Storia si presenta alle tue porte. Ti raccontano sapientemente dei grandi avvenimenti del passato come fossero fragorosi eventi fatti di epiche battaglie, assedi di castelli, violente rappresaglie, tumultuose ribellioni. Narrano di eroi e condottieri indomiti, feroci schermaglie combattute sulle sponde dei fiumi o negli antri della terra. E tu credi a questa narrazione ben costruita, fino a convincerti del fatto secondo cui, finché tutto è silenzio e tranquillità, il mondo attorno a te non stia cambiando repentinamente.
Tutto questo è una menzogna.
La Storia si serve del silenzio e dell’anonimato per sferrare i propri durissimi colpi.
Jago ripensava alle strade della città prima che l’epidemia prendesse piede, a come il mercato del centro fosse un vorticare di colori, un vociare di lingue chiare e schiette, un impasto di barbe e copricapi eccentrici. Era la vita che commerciava nel mondo, che si spandeva nelle vie del centro e, attraverso le mani dei contendenti, trovava nella comunicazione e nella socialità la propria ragion d’essere. Era un mondo vivido, quello nel quale Jago era cresciuto. Un mondo fatto di fiducia e gioviale interscambio di valore.
Fu proprio in quelle strade che tutto ebbe inizio, quando il ragazzo raccolse da terra quella strana moneta d’argento. La scrutò attentamente tenendola sul palmo della mano, osservando quegli strani segni e quei simboli sconosciuti incisi sul freddo metallo che ne costituiva la pelle. Si trattava di un alfabeto sconosciuto, mai visto prima in quei luoghi, e la moneta era pesante, molto più grande di quegli spiccioli che erano soliti circolare attraverso gli scambi del mercato. Jago si guardò attorno, dopo averla esaminata, ma non riuscì ad attribuire a quell’oggetto il legittimo proprietario che probabilmente l’aveva perduta: egli conosceva bene tutti i presenti, dal momento che il mercato rappresentava il suo ambiente prediletto, e nessuno straniero aveva attraversato il suo campo visivo. Jago decise di intascare il misterioso cimelio, conservandolo come una specie di portafortuna.
La Storia è fatta di piccoli gesti messi uno accanto all’altro, si tratta di una micro-storia, composta come un mosaico, popolata di complesse particelle di oggetti, parole e azioni che, prese l’una separatamente dall’altra, non avrebbero significato. Quando si sta all’interno di questo ciclone di avvenimenti, non si ha mai la possibilità di far quadrare l’insieme dei molteplici elementi che lo compongono, si possono solo osservare limitatamente alcune porzioni del grande disegno di cui altro non siamo se non un minuscolo frammento. Jago non poteva comprendere la portata di quel ritrovamento, né vedere con chiarezza le conseguenze delle proprie decisioni. Egli fu vittima di una forza ben più grande di ciò che poteva affrontare.
Adesso era rimasto completamente solo. Circondato da quegli automi così inquietanti, Jago se ne stava rannicchiato sotto l’incessante pioggia che sarebbe durata per mesi, e sapeva di non avere via di scampo, presto lo avrebbero trovato. La Storia è un contagio, pensava tra sé, e la consapevolezza arriva sempre troppo tardi. Essa non si muove attraverso eventi, ma attraverso epidemie veicolate per mezzo di idee. Il mondo prende una svolta positiva, quando queste idee sono genuine. Ma se esse sono malvagie, allora altro non si può attendere se non la distruzione. Essa si appropinqua di soppiatto, sorprendendo alle spalle i malcapitati, senza preavviso né allarme alcuno. Non è la guerra, che fa la Storia, è il silenzio che ne diffonde le efferatezze.
Passati alcuni giorni dal ritrovamento, il mercato cittadino era cambiato. Jago si recava ogni mattina in quel trambusto, ma le persone si comportavano in maniera diversa: le voci avevano mutato i toni dapprima concitati e amichevoli prendendo la forma di calcolati sussurri e ambigui luoghi comuni. Non v’era fermento, né vivacità, i vestiti meno colorati e le barbe tagliate sottraevano alla città quel pittoresco carattere di giovialità che Jago tanto amava. Egli strinse nella mano la moneta portafortuna, si guardò attorno, le sue orecchie captarono alcuni idiomi forestieri, le cui consonanti erano dure e le vocali levitavano in maniera vaga attraverso sillabe sconnesse. Le voci erano roche e sorde, tagliavano l’aria come un coltello ferisce la carne, sanguinavano attraverso il vento pungente che circolava nelle vene della città. Gli occhi sempre benevoli dei mercanti e dei passanti erano pregni di una diffidenza scostante, come se chiunque si aspettasse di essere derubato, accoltellato, violentato, ucciso su quelle strade da sempre docili e pacifiche. Jago si trovò stordito, un pesce fuor d’acqua, straniero in terra natale.
Che cos’era successo a quel borgo che così stoltamente credeva di conoscere a fondo? Perché, d’un tratto, tutti quei caratteri, tutti quegli aspetti, tutte quelle atmosfere erano andate perdute nell’aria, mutando repentinamente la propria natura? Alcuni meccanismi che si erano ampiamente messi in moto gli restavano oscuri, indecifrabili come le frasi che riempivano la bocca dei presenti, lugubri nei loro abiti scuri, estranei nei loro modi di fare artificiosi.
Mano a mano che i giorni passavano, il Sole si affacciava sempre più di rado attraverso il denso muro di nuvole che era ormai solito sovrastare la città. Lo strano odore di cenere che impregnava l’aria, i nuovi linguaggi che imperversavano nel mercato cittadino, gli strani abiti che persone conosciute da una vita avevano iniziato a indossare, tutto questo faceva sentire il ragazzo a disagio, preda di un delirio che non avrebbe potuto combattere. Ciò che mancava alla sua comprensione era un legame tra il prima e il dopo, per decifrare la natura imperscrutabile di quel cambiamento. Perché, si chiedeva Jago, perché i suoi amici si erano trasformati in sinistri figuri senza entusiasmo, dal momento che fino a pochi giorni prima essi erano spensierati e colmi di gioia? Perché i mercanti ora, al posto di ostentare soddisfatti la propria merce in vendita, nascondevano quest’ultima dietro teche di cristallo e, nell’atto dello scambio, si comportavano come se sospettassero di essere derubati da quel compratore che, al pari del venditore, scrutava con fare circospetto il proprio interlocutore? Fu lì, osservando quei gesti folli, che Jago si accorse di come le monete che avevano iniziato a circolare tra le mani degli astanti erano identiche a quella che lui teneva nella tasca. La stessa sinistra luce che rifletteva il cielo grigio, le stesse incisioni indecifrabili, le medesime dimensioni ne profilavano lo scuro metallo. Jago estrasse la moneta dalla tasca, la osservò lungamente, di nuovo, come nel momento in cui l’aveva ritrovata. Essa giaceva sul palmo della mano, non più esemplare unico, bensì simulacro le cui copie si erano diffuse a macchia d’olio entro i labili confini della città. Le voci gravide di ambiguità si spensero d’un tratto nella testa del ragazzo, rapito nello scrutare il seme di quel contagio che giaceva nel palmo della sua mano. Aveva trovato un legame, tra il prima e il dopo, e lo sguardo gli si era aperto su una porzione un po’ più grande di quella torbida vicenda, ma proprio nel momento in cui percepì la possibilità di osservare l’interezza della storia che lo vedeva protagonista, proprio in quel momento si accorse che nessuno, attorno a lui, stava più parlando.
Jago alzò lo sguardo, e vide i volti di quegli uomini per ciò che erano realmente divenuti. Essi lo osservavano, stravolti nel contagio che ne aveva infettato le carni, lo scrutavano come in attesa di una mossa sbagliata da parte sua, nei loro vestiti uniformi, nei loro capelli impomatati, nei loro visi rasati. Sanguinavano nell’animo, imbarazzanti automi circondati dal buio che imperversava. Quando Jago gettò la moneta a terra, essi si esibirono in un disumano urlo che all’unisono assordò l’aria della città, un suono gutturale che sancì la loro definitiva trasformazione in esseri mostruosi. Nei loro occhi erano incastonate le monete maledette, conficcate nelle orbite in modo da sostituire quel bulbo oculare ormai cieco, privo di fattezze umane. Essi sanguinavano, molto più dall’animo distrutto che non dagli occhi stravolti, e si scagliarono contro quell’essere immondo che si ritrovarono di fronte, il quale ebbe l’ardire di rifiutare la ricchezza della loro prigionia, scagliando il loro amuleto lontano, dissacrando l’incantesimo cui volentieri vollero sottoporsi.
Jago, nascosto in un anfratto della città dilaniata dalla piaga, se ne stava lì a chiedersi che cosa sarebbe accaduto se lui non avesse raccolto quella moneta da terra. Egli sapeva perfettamente di esser stato il primo, perché nessuno, prima di lui, aveva mai visto un tale oggetto. Egli era conscio di avere in qualche modo distrutto la serenità e l’innocenza di quella città, senza volerlo, ma la domanda che gli spaccava la testa era insopportabile e insistente: «Che cosa sarebbe accaduto se…?»
Purtroppo, la storia gioca le sue carte in maniera furba, e nulla lascia al caso. Jago, fuggendo dall’orda di mostri dagli occhi metallici che lo inseguiva per le strade della città, comprese perfettamente di esser stato soltanto una pedina sostituibile sullo scacchiere di quella devastazione. Il Male si infila di soppiatto sotto la porta delle nostre timide difese, prendendo la forma di ciò che riteniamo innocuo, senza creare sgomento o spavento, almeno fino a che il punto di non ritorno sia stato raggiunto. Esso è un contagio, non un’esplosione; è un virus silenzioso che veste i panni dell’innocenza. Una moneta, nel suo aspetto innocuo, può essere perfetta nel veicolarne le complesse trame, e un ragazzo diventa il burattino dei suoi loschi traffici, divenendo ironicamente la vittima delle sue stesse colpe.
Quando anche la vista di Jago iniziò a oscurarsi, quando quel vicolo nel quale aveva trovato nascondiglio cominciò a diventare mano a mano più buio, egli comprese che l’opera era ormai compiuta. Non avrebbe potuto sottrarsi all’oscurità che tanto lo spaventava, sarebbe divenuto identico a loro, automa tra gli automi, infettato dalla peste che egli stesso, inconsapevolmente, aveva causato. Le domande, quei «Se non avessi…», non avevano più alcun senso.
Così come i morti un tempo venivano traghettati nell’Ade con due monete poggiate sugli occhi, allo stesso modo gli abitanti di quella città pagavano ora il passaggio da un mondo all’altro con la cecità più totale, gli occhi mascherati da quella moneta immonda. Jago si alzò da terra, fradicio di pioggia, i passi pesanti sfondavano le pozzanghere comandati da una volontà che non era più la sua. Da quel giorno in poi, la sua unica gioia sarebbe stata l’oscurità che le monete gli avrebbero garantito, un mondo di ombre e inganni che avrebbero intrattenuto ciò che rimaneva della persona che un tempo era stato. Solo le ombre, nella loro squallida e crudele amicizia, avrebbero accolto i desideri distorti di una città le cui coscienze erano state completamente cancellate dalla brama di ricchezza.
Nei libri di storia, nessuno vi racconterà mai della conquista di questa città, il cui nome è già dimenticato. Essa avvenne nel silenzio dell’inganno, laddove il Maligno sa come porre le proprie pedine senza far rumore.
I libri continueranno a raccontarvi di come la Storia proceda per confusione, fragore e guerra, ma le conquiste vere, quelle che sapientemente non lasciano spazio alle ribellioni, vengono perpetrate attraverso l’insolenza dei sotterfugi.
E la totale cecità, mascherata dalla gioia delle ombre, è il prezzo da pagare per le nostre innumerevoli sconfitte.

Riccardo Dal Ferro – Altri Lavori

Marco Pasin – Altri Lavori

Fonte: http://sotterfugi.wordpress.com/

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