FESTA MORTA

di Gaspare Burgio

Un tempo nella mia città esisteva una festa. Coinvolgeva quasi tutti ed era più o meno simpatica. Poi è morta, senza grandi clamori. Sparita, dimenticata, nessuno ne ha più parlato, quasi non fosse mai accaduta o non si capisse perché se ne stesse là ad occupare posto. Si, proprio quell’ospite un po’ invadente che, uscito di casa dopo un prolungato soggiorno, fa tirare a tutti un sospiro di sollievo. Eppure io ricordo che piaceva, e piaceva anche parecchio. Può essere, lo ipotizzo soltanto, che alla gente non aggrada più fare feste, tutta presa com’è nel risolvere enormi quanto inutili problemi che si crea: festeggiare è impegnativo, se non fisicamente almeno emotivamente. E che cavolo vuole questa festaccia, messa là come una scena felice che rompe il flusso del vivere angosciato, della marea delle cose tristi?
Così addio festa.
Per chi non la ricorda, e sono tanti, o non l’ha mai vissuta, che diventeranno la maggioranza, sto parlando della Festa della Rificolona.
La Rificolona era una lanterna tonda, a soffietto, dipinta come un sole che ride. La si portava in cima ad un bastone e la sera si accendeva la candela al suo interno. Ve ne erano di piccole e di grandi, anche MOLTO grandi. Agli albori la lanterna ci si fabbricava da soli, in casa. La “sfida”, perché da noi le feste hanno sempre un tono di sfida, era di costruire la lanterna più grande e bene illuminata del quartiere. Da qui veniva il canto beffardo che si gridava, da soli o in gruppo, sfilando per i viali.

“Ona Ona Ona!
Ma che bella Rificolona!
La mia è con i fiocchi
La tua l’è coi pidocchi!”

In seguito le Rificolone divennero industriali, e ne trovavi a poco prezzo in qualunque cartoleria, già stampate con il sole che rideva, un’espressione da Buddha estatico, direi adesso.
Il gioco, diciamolo così, consisteva poi nello sparare Pirulini di carta contro le Rificolone altrui, una volta giunti in Piazza. Il Pirulino era un conetto di carta arrotolata sputabile da una cerbottana, che andava preparato con molta precisione (da cui il detto “Vestito come un Pirulino”, ad indicare qualcuno che si agghindava con estrema cura). Innocuo per gli esseri umani salvo terrificanti e volontari atti malefici, il Pirulino si rivelava micidiale per le Rificolone: trapassava la lanterna, e spesso riusciva a spegnerla. Se perdevi la Rificolona poco male: ti armavi di cerbottana e Pirulini passando al contrattacco contro le altrui Rificolone.
Si sapeva che il gioco era questo, comunque prima o poi la candela avrebbe incendiato la lanterna, destinata a vivere solo poche ore, effimera per natura. Quindi nessuno si offendeva per quel tragico fatale Pirulino.
La Celebrazione culminava poi nel Pesce. Era una colossale lanterna illuminata dal dentro da alcuni fuochi, che veniva lasciata scivolare lungo il fiume. La gente assiepava le sponde aspettando il momento, drammatico eppure bellissimo, nel quale il Pesce sarebbe diventato una pira di grosse fiamme sfavillanti sopra l’acqua. Lentamente, poi, il pesce si inabissava sotto lo sguardo commosso della città. Ogni anno il Pesce tornava ma, appunto, ci fu una volta che fu l’ultima, e quello l’ultimo Pesce. Nessuno lo anticipò o lo disse agli altri. La Festa della Rificolona era morta.
Così qualcuno corse l’anno seguente al parapetto del fiume aspettando la grande lanterna-pesce, col suo sole sorridente di carta illuminato, cui nessuno aveva sparato alcun Pirulino. Ma il Pesce non arrivò mai.
Cioè, spero che qualcun altro l’abbia fatto, oltre a me.

Gaspare Burgio – Altri Lavori

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