A CUORE APERTO

2009 Novembre 10
di willoworld

A cuore aperto

L’apertura palpita.
Una grossa ferita come occhio si lascia notare,

Da quanto tempo è li?

Ripulita dalle pause da me stessa, e nei brevi momenti di luce.

Verrebbe voglia di coprirla o ricucirla, ma la posizione ed il suo ricordo hanno reso ormai possibile l’anomala geografia del cuore.

Chiudere gli occhi ma ricordandosi del respiro, del getto fresco di un bacio, la pressione leggera di una carezza.

Compiere salti nel buio, l’agile anima sollevarsi dagli inganni, sfumare dal rosso sangue al blu cobalto di un nuovo cielo.

Strapparsi con un taglio preciso dallo ieri per riaprirsi all’oggi, quello che è stato ormai chiuso, dietro una finestra, dentro una casa, che odora di un niente dimenticato.

L’amore si scopre un punto di vista, che non chiede contorti pensieri, giace spoglio, insegna senza avere, ti riempie nell’ovunque.

Questo corpo così piccolo, diviene cucchiaino per assaggiarne i sapori,
destinato a riempirsi per poi svuotarsi.

Uno slancio improvviso, magari solo un passo che ignora le distanze,
si cade ma ondeggiando verso l’incontro con un unico pensiero che tace.

Rinasci innamorato senza averlo mai toccato, con la semplice attenzione di una curiosità mai sazia, sorriderti tra i movimenti delle mani che sfiorano volubili l’aria che nell’ora soffia,
su un cuore che pur aperto,
non marcisce.

L’amore non è un mistero, ti conserva in un luogo dove la verità ha solo un giorno,
un punto di vista tra rosso sangue e un pensiero blu cobalto a guardarti dal cielo.

Si pensa a questo, e il cuore è salvo, l’amore resta e la sola guerra da fare è quella con se stessi,

sorridendo ancora,

concedendoci un pò di luce,

nel grande buio che trabocca.

Miriam Carnimeo – Altri Lavori

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Foto di [AJ] – http://www.flickr.com/photos/u2wanderer/

VERSI NELLE SFERE

2009 Novembre 9
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di willoworld

Appena entrata nella community ci ha inondato di immagini forti e parole taglienti. Una nuova splendida New Entry della Community Rivoluzione Creativa: sVanna.

CRISALIDE

Vive cavità

E’ dopo,
questo livido uterino riassorbito,dopo
questa pozza secca
di amnios
e mummie asciugate di dolore e le bende
che stringono ancora.
E’ dopo,
questo uovo vuoto
di guscio incrinato che resta,
come di solcatura,
come di ruga,
come di fulmine sulla pelle.
E’ dopo
che inaspettato ritorna
vivo dare vita
il giusto pianto
il giusto riso
e la eco li espande
nella cavità accogliente
di un ventre felice.

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CARAMELLA

2009 Novembre 7
di willoworld

Willoworld e Rivoluzione Creativa sono lieti di presentare una new entry davvero speciale. CARAMELLA è una dedica all’amore torbido, folle, passionale e inafferrabile. Leggendolo scoprirete di poter amare ed odiare alla stesso modo dell’autore, e pur di farlo sarete pronti ad uccidere oppure a morire…
Buona lettura!

MT

Mastro Tensione vive in provincia di Caserta. Ha 30 anni, una moglie, un figlio e qualcosa che non va nella testa. Non frequenta luoghi di cultura, non va alle mostre. Ha grandi affinità con i pazzi, le puttane e i barboni. Adora tatuarsi, adora i gatti e i vinili. Suona male un Fender Jazz giallo. Ha scritto diverse cose nel corso degli anni, che ha meticolosamente cancellato. Gli piace lavare i panni sporchi in pubblico.

C A R A M E L L A

“Tu sei meravigliosa
gli dei aspettano
di compiacersi in te”

C. Bukowski

Blood_Splattered_Bride_by_SamuraiChopstick

C  – Chewingum

Tutte i chewingum sono uguali prima di finire nella tua bocca. Tutti i chewingum non sono che stupido chewingum, finché tu non ci schiudi le labbra sopra e li accogli con la lingua. Nel momento in cui i tuoi denti ne spezzano la crosta di cera di carnauba, tutto cambia. La cera di carnauba si mischia alla tua saliva, ai suoi enzimi e diventa miracolo. Diventa la mia carne. Bevi caffè e divento caffè, per poterti entrare nelle viscere, per attaccarmi alle pareti del tuo stomaco, per starti dentro e restarci il più possibile. Mi incarno chewingum per essere morso da te, per far scendere il mio liquido dolce lungo la tua gola. Forse è questa la mia condanna. Sono una bottiglia d’acqua che qualcuno ha lanciato nella schiuma del fiume, disinteressandosi totalmente del mio destino. La corrente mi porta, mi sbatte da un capo all’altro della riva, mi riempie, mi affonda, mi fa schizzare a galla. Mi fa vedere cose nuove e guardare da una prospettiva diversa cose che ho già guardato milioni di volte. Mi fa sentire sapori nuovi, mi fa guardare con occhi che non sono i miei, in un modo in cui altrimenti non avrei potuto. E’ come guardare il mondo da dentro. Io stesso mi sento mondo. Mi rendi terra e fiume, corpo e sangue. Tu rendi possibile tutto ciò. I tuoi occhi mi rendono uomo. Tu sola rendi le mie gambe, gambe e le mie mani, mani. Se sapessi di non poterti toccare mai più, smetterei di essere tutto ciò che vedi. Ritornerei a usare le mani per cose stupide, a usare le gambe per camminare, gli occhi per vedere dove cammino e la testa per pensare a dove andare. Ma da oggi, dal momento preciso in cui sei entrata nella mia vita, io desidero altro. Desidero che il mio cuore smetta di essere un comune organo, desidero che si trasformi in una spugnetta beige, una di quelle che si usano per raccogliere gli aghi e gli spilli. Infilane pure quanti ne vuoi, uno dietro l’altro, delle misure che vuoi. Dritti, di traverso. Spezzali dentro di me. Voglio farmi male, voglio sanguinare. Voglio che tu sia la Maestra del mio dolore. Tu sei la Verità.

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LIMBO – CAPITOLO 7: La Gilda di Nicon

2009 Novembre 6
di willoworld

«Muovi quelle gambe!» disse l’uomo senza capelli.
«Lo sto facendo, maledizione!» rispose il giovane, mentre cercava di evitare i fendenti del maestro.
«Solo quelle possono salvarti» aggiunse l’uomo disarmando alfine il suo allievo.
Tzadik si afferrò le ginocchia e provò a riprendere fiato. La sua spada di legno giaceva a qualche passo di distanza, sprofondata nell’alta erba delle piane. Riusciva a percepire lo sguardo di Nicon sopra di lui.
«Stai migliorando, ma non abbastanza…»
«Non è vero. Tre stagioni fa non riuscivo neanche ad impugnare una spada, mentre adesso…»
«Adesso la tieni in pugno, per pochi istanti» terminò per lui l’uomo calvo.
Il giovane avvertì la tentazione di abbandonarsi allo sconforto. Era una trappola del maestro, lo sapeva. L’addestramento non si limitava ad affinare le abilità fisiche dell’allievo, ma anche quelle psicologiche. Le lezioni finivano spesso con un litigio o con un pianto. Nicon era abilissimo a farti arrabbiare. Si stupì del fatto che nessuno aveva mai perso la testa al punto da volerlo uccidere, o forse qualcuno ci aveva anche provato, pagandone ovviamente le conseguenze.
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MADONNA DI STRADA

2009 Novembre 5
di willoworld

MADONNA DI STRADA

Sul mio corpo ruderale non cresce l’erba. Con questa consapevolezza, stamattina, mi sono insinuato di nuovo nei vicoli stretti di una città qualsiasi affacciata sul mare.
Dentro ho l’ansia furiosa che cerca madonne antiche, di cappella in cappella, per strappare una grazia.
Sto frugando tra i miei pensieri, nell’acqua sporca di ieri dove le donne lavavano i panni sporchi, strofinando pezzi squadrati di sapone, così grossi da enfiarmi la pelle fresca di bucato.
Nella Chiesa del Carmine c’è un’aria stagnante di incensi, imputridita di litanie ripetute a bassa voce.
Quando varco la soglia soprannaturale divento serio, l’ho imparato da mia madre, ma non ho ancora imparato a segnarmi: è un gesto talmente strano, come salutare un morto.
Invece mi piace sedermi tra i banchi di legno, perché mi accascio e sonnecchio reggendomi la testa tra le mani.
C’è il cristallo spesso, appannato, intorno alla teca, per proteggere la verginità di questa madonna dai fedeli, che depongono peccati rancidi, primizie marcite, ai suoi piedi.
Vorrei incontrare i suoi occhi, almeno una volta nella vita, ma sono rivolti al cielo, scavati nell’incarnato cereo solcato da gocce di sangue grosse come grani; sono gli occhi sfuggenti della verginità che hanno orrore del peccato.
Le madonne vere non fissano mai i loro sguardi nei nostri.
Dentro il broccato prezioso degli abiti candidi la Vergine non sanguina, se ne sta in disparte, con il cuore già altrove fermo per sempre.
All’improvviso, nel buio intriso di porpora, stinta da ginocchia umane, avverto la freddezza diabolica di quella forma in cera, prigioniera della sua santità: l’indifferenza fatale del piede che schiaccia il serpente.
Provo pena per le spire esanimi del serpente, mi ci avvolgo, attorciglio e ne faccio un rosario.
In fretta esco alla luce del giorno, che esplode nel buio oltre il confine della fede.
- Mi lascio alle spalle la tua gloria, Madonna!, urlo.
I lastroni di pietra nel cortile della Chiesa del Carmine scivolano verso piazza Mercato, stridente di urla forsennate, che strozzano i sensi.
Precipito tra la folla, urtando corpi di carne scintillanti di sudore.
Svolto in direzione della stazione degli autobus, palpando avidamente lo squallore del luogo.
In un attimo mi assale lo sgomento del contrasto di colori, ma incontro occhi umani in quell’attimo di vertigine.
Sono gli occhi della Madonna di strada, selvaggia nell’umanità nera dei suoi capelli scomposti, che non pretende preghiere.
Lei mi parla col torbido linguaggio di movimenti languidi; già troppe volte ha abbandonato la verginità, sbattuta contro i muri della città, nel clamore dei vicoli.
Spogliata delle virtù sovrumane, la Madonna di strada vive soltanto di virtù piccole, stringe i denti cattiva quando la adorano, sorride se la amano.
L’ho vista fumare cento sigarette al bar della stazione, respirando fiati alcoolici al braccio di un barbone e l’ho riconosciuta così.
Quando barcollo, avvicinandomi, mi si fa incontro e mi stende la mano.
E’ calda ed ha il sapore di pelle viva, senza il profumo di santità scostante.
Sono belli i suoi colori, gialli grassi e azzurri intensi, scrostata rozzamente sul selciato dalle mani spaccate dei madonnari anonimi.
I madonnari sanno inginocchiarsi senza arroganza, senza adorazione, per disegnarla in fretta con quattro rapidi colpi di gessetto.
E non c’è gloria, non c’è osanna nel suo colore, nessuna indifferenza nel suo dolore per noi.
Mi fa cenno di seguirla. Mostra i denti tra la folla che la insegue.
Quando restiamo soli mi parla.
- Non mi piego sulle ginocchia, non lo faccio mai.
- Perché?
- Perché mi inginocchierei solo per dio umile, che non pretenda interessi usurari sulla sofferenza.
Poi si siede sui talloni, sento di amarla, così vicina.
- Vieni – mi dice.
- Guarda! mi inginocchio davanti a te.
- Ma ricorda! Sarò sempre solo una Madonna di strada.

Dario de Giacomo – Altri Lavori

Foto di: Rinko Starr – http://www.flickr.com/photos/rinko_starr/

ASSEMBLEA

2009 Novembre 4
di willoworld

ASSEMBLEA

I primi dissensi sugli argomenti di fondo si manifestarono quando qualcuno disse tra i denti che così non si sarebbe andati lontano. Le ultime riunioni erano scivolate via in modo tranquillo ma probabilmente era stata soltanto calma apparente. La sostanza cambiò durante l’ultima assemblea generale. “In questa associazione trovo che ormai l’interesse individuale abbia soppiantato quello pubblico”, disse uno appena avuta la parola; “perciò dichiaro che da questo momento tramonta la mia esperienza con voi”. Ecco, fu come aver rotto la diga, tutti da quel momento si dichiararono solidali con quella presa di coscienza iniziale, e i più lo fecero in maniera verbalmente violenta, autoritaria, quasi come se fino ad allora non si fossero accorti di niente, o non volessero rimanere tra quelli più silenziosi che pensavano a come salvare il salvabile. Alcuni dissero che se l’erano immaginati fin dall’inizio che tutto prima o poi sarebbe andato per quel verso, però ci furono altri che fecero notare quanto interesse individuale ci fosse nelle parole di chi si indignava per l’interesse individuale degli altri, e così tutto quanto divenne un inestricabile continuo distinguere e distinguersi gi uni dagli altri, fino a trovare posizioni leggermente diverse e isolate per ciascuno di coloro che prendeva la parola e spandeva sugli altri la propria dichiarazione. A fine assemblea a terra rimasero una moltitudine incredibile di stampe, di fogli, fogliacci di carta, appunti strappati e tessere usate, mozziconi di sigaro e sigarette di ogni tipo e misura, gomme già masticate, penne, lapis, e altre cianfrusaglie rotte e inservibili. Il personale incaricato di svolgere le pulizie non capì cosa fosse accaduto là dentro, però tutti loro compresero subito che l’impegno richiesto per far ritornare tutto pulito era tanto, e forse persino superiore alle loro piccole forze.

Bruno Magnolfi – Altri Lavori

Foto di http://www.flickr.com/photos/7791936@N02/ – Elaborazione grafica di Willoworld

DAL GIORNO ALLA NOTTE

2009 Novembre 3
di willoworld

Dal giorno alla notte

Ogni giorno inizia con te
dopo ogni notte sognata
senza spiegarmi il perchè
ma ci penserò in giornata…

Mi va di pensar agli attimi
quelli che mi fanno star lì,
sospeso tra terra e paradiso
incantato dal tuo bel sorriso.

Pensieri fra testa e cuscino,
dove t’inseguo con una matita
ti sento, e quando sono vicino
sei via che mi sei sfuggita.

Trepidante di tracciare…
intensi momenti di felicità,
per iniziare a volare…
tra le tue piccole banalità.

Le stelle si faranno spazio
per lasciar posto al tuo volto,
la luna dovrà pagar dazio…
invidiosa di te, ed anche molto.

Ormai la notte sta tornando…
tu sali ancora, ed io scendo,
dedidero il sogno più bello…
tu, colei che mi sta leggendo.

Trouble – Altri lavori

Immagine di: Eye of Einstein

L’ULTIMO LAMPIONE

2009 Novembre 2
di willoworld

L'Ultimo Lampione

Ritto sulla balaustra affaciata sul fiume, me ne sto fermo da quasi tre secoli, povero vecchio lampione mezzo arrugginito.
Per la verità non sono come tutti gli altri; sono l’ultimo lampione di questa antica e polverosa strada costruita per le carrozze ed ormai percorsa ogni giorno da migliaia di mostri di latta rombanti e strombazzanti.
Molti di voi si staranno domandando perché mi considero l’ultimo e non il primo, la risposta è presto detta: io guardo sempre verso l’oscurità!
Un tempo, quando il padrone della città era un certo “Granduca”, oltre la mia fievole luce si estendevano immensi campi, ricchi di grano viti ed olivi; oggi nell’era dei “sindaci” il panorama è completamente cambiato e la città, dopo di me, continua ad estendersi a perdita d’occhio.
Durante il giorno sonnecchio cullato dai rumori della metropoli ma all’arrivo della notte mi accendo, inizio a vegliare, divento un importante punto di riferimento.
Anticamente ero l’ultima luce visibile al viandante prima del buio totale poi, piano piano, dopo di me sono stati piantati dei moderni lampioni, altissimi e con luci troppo potenti, presuntuosi da morire!
Comunque non me la prendo più di tanto, in fondo posso tranquillamente considerarmi il segno di distinzione fra il centro della città, bello ed elegante e la periferia, brutta, anonima, pericolosa.
Io faccio parte del centro, i lampioni allo Iodio della periferia!
Certo, in questi tre secoli ne ho viste davvero di tutti i colori ma soprattutto sono cambiato alquanto: ricordo ancora quando, con il serbatoio pieno d’olio aspettavo trepidante l’arrivo del lampionaio col suo attizzatoio.
Tutti quelli che ho conosciuto mi hanno sempre voluto bene, si sono presi cura di me, hanno curato le mie scalfiture e mi hanno portato rispetto.
Poi è arrivato il Gas e l’accensione automatica ed i lampionai sono scomparsi…..peccato, sono cessati i rapporti diretti con il genere umano!
Le scrostature piano piano sono arrugginite e ci sono voluti anni prima che qualcuno se ne accorgesse e venisse a medicarmi.
Le cose non sono migliorate con la corrente elettrica, anzi il momento dell’accensione è diventato un pò fastidioso: appena arriva la scarica sento un formicolio piuttosto intenso che mi attraversa.
La ruggine continua ad essere lasciata sul mio corpo per molto tempo, e quando arrivano i “tecnici del Comune” sono molto scortesi, frettolosi, non si fermano a parlare neanche un pò con me.
Nonostante tutto, da quassù continuo a vigilare sulla sicurezza notturna dei viandanti, che da sporadici si sono trasformati in “massa” ed ogni notte, per buona parte di essa, affollano questo pezzo di strada schiamazzando e bivaccando.
Solo verso l’alba la via torna ad essere deserta, come un tempo, le persone che passano, dopo di me affrettano il passo a meno che non siano coppiette che si fermano ai miei piedi per scambiarsi un ultimo bacio.
Lontani sono i tempi delle congiure ordite sapendo che tanto io non avrei mai potuto parlare…quante ne ho sentite, andate poi a buon fine o meno!
Penso che a volte mi sarebbe piaciuto davvero parlare, raccontare al mondo intero cose viste e sentite:
“Signor Granduca, proprio stanotte l’ambasciatore di Francia si è incontrato qui con il capo dei rivoluzionari, hanno deciso di attentare alla sua vita all’alba di Venerdì…..” oppure : “Lord Stratton che piacere, sa proprio ieri notte sua figlia, quella carina che pare una santerella, era qui sotto con un ragazzo che in quattro e quattr’otto le ha rubato la verginità….”
Certo a distanza di tre secoli le cose sono cambiate, di verginità perdute ne vedo tutte le sere e se dovessi fermare tutti i padri che passano il giorno dopo, starei fresco!
Io comunque continuo a starmene qui fermo, immobile, impettito, mi accendo al calar della sera e mi spengo all’alba, adesso con una lampada che dice faccia risparmiare molti soldi al comune….bah!
Mi piace specchiarmi nel fiume e soprattutto continuare ad accompagnare i viandanti verso l’oscurità…io, povero vecchio lampione mezzo arrugginito!

Massimo Mangani – Altri Lavori

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LA SPIAGGIA

2009 Ottobre 31
di willoworld

LA SPIAGGIA

La linea che divide l’acqua dalla sabbia segna il passaggio tra due mondi. Camminare seguendo quella linea è come galleggiare in un limbo a metà strada tra due verità. La spiaggia è il luogo in cui convergono le domande. Le uniche risposte che sarai pronto a dare saranno tracciate sulla sabbia dai tuoi piedi. Cento, mille, diecimila impronte lavate via dal vento e dalla risacca. E animali antichi ti guarderanno da dentro i loro rifugi, piccole conchiglie disseminate lungo il percorso. Le loro risa stridenti rimbomberanno tra le galassie più remote del cosmo.
Avanzare col sole in faccia è conveniente. Con la scusa di esserne accecato puoi far finta di non vedere quelle domande, ed ignorare gli scherni degli dei. Il sole ci sa fare, anche in ottobre avanzato. Il sole è il tuo unico amico.
L’unico problema è che devi tornare indietro, e allora avrai il sole alle spalle, e si alzerà un vento bastardo che ti sputerà ingiurie in faccia, perché il vento arriva sempre, prima o poi…
Segui la linea. Non pensare al ritorno. Può succedere a volte che la linea curvi, che una striscia di sabbia si protragga verso l’acqua, formando un piccolo appendice di spiaggia. Quello potrebbe diventare il tuo nuovo obbiettivo.
Adesso il sole ti scalda da un lato del volto e dall’altro c’è il vento che te la canta. Davanti a te la distesa d’acqua è tua completa disposizione. Potresti anche approfittarne per affogare una ad una quelle domande…
Succede a volte che una barca appaia dal nulla. Se dovesse accadere proprio adesso, sarai pronto a saltarci su, e a lasciarti alle spalle la spiaggia e tutto il resto?

Foto di Willoclick

LA STORIA DI JACK IL VENTRILOQUO

2009 Ottobre 30
di willoworld

papaveri

Ho scoperto che Jack il ventriloquo vive una vita normale. Che poi, pensaci!, non vuol dire proprio un cazzo di niente. Quanto vivi tra la gente, vivi sempre una vita normale, a modo tuo. Bene! Jack la vive proprio così la sua vita, ma parla con la pancia. Lui dice che parlare con la pancia gli fa male, che in ogni caso è peggio che muovere la bocca. Jack ha ragione: lo stomaco non mente, quello che sente lo vomita magari, ma difficilmente lo trattiene. Jack però non vorrebbe parlarvi di questo. Lui in una notte di luna piena… già, ma Jack non è un licantropo, non fatevi trascinare dall’entusiasmo, questa non è davvero una nera novella, perché lui vive una vita normale. Dunque, in una notte di luna piena Jack afferra il volante di pelle della sua auto, ingrana la marcia, che entra sempre male, e parte.
Gli sfila davanti un cunicolo d’asfalto pieno di notte, buio, lunghissimo e anche a Jack, come a tutti quelli che lo percorrono, sembra che quel rettilineo d’asfalto, duro sotto le quattro ruote, non finirà mai.
Tutto quel buio è presidiato di carne avariata, mignotte incatenate ai due margini dell’incubo, illuminate dalla rapidità dei lampi: si sa che le stelle declinano in fretta nel backstage, per trenta euro con ingoio.
Jack ingoia saliva e succo acre, dolciastro, di eroina, accelera, schiaccia il piede dentro quel rettangolo di lamiera sparato nel buio. La sua auto è una discarica a cielo aperto, puzza di gomma bruciata, come la strada, fetore di rimmati.
Dritta in gola brucia l’eroina, corre veloce Jack il ventriloquo, ma la puzza la porta dentro, dentro quell’auto, dentro quella strada dove la città scarica le immondizie di esseri umani.
Prima o poi ti abitui, Jack, a sopportare il fetore dei tuoi tappetini di gomma lerci di birra e piscio.
Ti abitui a tutto Jack, prima o poi. Devi solo correre veloce! Le mani strette sulla pelle lucida del volante, rattrappito, e la pancia non ti farà più male, soffrirai di meno. Ora lui respira con la bocca per non parlare, per non sentire il fetore.
Jack suda come un malato allo stadio terminale. E’ arrapato, non di sole puttane, e poi non ha con se il guanto. Non è gentile scopare qualcuno senza il guanto, è da incivili scopare le puttane senza indossare il guanto: se te lo sfili troppo presto, puoi rischiare di beccarti un’emozione, ma non c’è un guanto abbastanza duttile per il suo cuore, e lui non vuole prendersi lo scolo del sentimento.
Jack è arrapato, sì, ma proprio di vita. Per questo suda come un maiale scannato, perché quando sbavi dietro alla vita, quella ti si attacca addosso come un profumo da quattro soldi, il profumo che senti alla periferia dell’anima.
Perché, Jack, Tu un’anima ce l’hai! E non è dentro i tuoi coglioni, come pensi sempre, cercando di sborrarla svelto e dappertutto, ogni volta che ti si riempie. No Jack! Tu l’anima ce l’hai nello stomaco, ecco perché parlare con quello ti fa star male. Però ora senti solo il tanfo alla periferia del sentimento. Solo per questo.
Cazzo che notte stanotte, una notte come tutte le altre notti, ma cazzo se è strana forte stanotte.
Ma insomma Jack che vai cercando qui, in culo ai lupi, fuori della tua tana?
Slitta il rettangolo di lucido acciaio, sbanda. Bestemmi con cortesia. Jack è cortese, sapete?,sa come vivere tra la gente, sa vivere normalmente, ma parla con la pancia e gli fa male.
Jack guarda che ti ammazzerai così! Non te ne fotte niente, credo. Figurati se importa a me che ti vedo sfrecciare veloce e nemmeno ti conosco, né stasera né mai.
Jack non vede più nulla avanti a sé, immagina solo che la strada sia dritta, l’ha sempre vista dritta davanti a sé.
Ma! Cristo! Jack punta i piedi, si riscuote all’improvviso, un lampo freddo di coscienza, come i postumi dolorosi di una sbronza.
Una curva maledetta gli si para di fronte all’improvviso. L’auto derapa, slitta, frena scivolando sull’asfalto, non la controlla, si anima e guida la sua corsa, lambisce il parapetto scintillando frammenti di vita metallica che si spezzando nel buio.
Uno stridio ferroso, Jack curva, curva ed esce. Accosta l’auto e scende.
Esce alla luce. La luce. Sì Jack, la luce. Lui esce in un campo di grano macchiato di papaveri rossi.
Jack davvero non è stato mai bravo a scrivere i finali, ma non importa ora. Qui c’è tanta luce bionda e il finale scatta da sé e la storia finisce.
Allora è l’alba. Dio com’e’ bella quest’alba. Allora l’alba è proprio così e odora di salmastro, mentre le grosse formiche nere gli ballano sulle dita.
Ora canta una canzone di pancia.
Cantare di pancia non fa male ora sotto il cielo illuminato di luce immensa.
“Sai che ti dico?” – Jack sorride – “ Cantare di pancia, all’alba, in un campo di grano macchiato di papaveri rossi non fa male!”.

Dario de Giacomo

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