NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE

2009 Novembre 21
di willoworld

Ho solo dei fogli per raccontare.
“Quando arriva il sole, guardando il mare, si ricordano grandi storie e la mente smette di essere prigioniera di uomini e di donne, di case o città, ed ecco che il tempo altro non sembra che… un miracolo di carta.”
E la carta brucia, che contenga delle verità indissolubili o la storia di un orrore piagnucolante, la carta brucia.
Difficile allora diviene raccontare una storia, annoiati la si sbuffa, spaventati la si dimentica, ma questo cambia, se la storia altro non è che una sensazione, la vera versione di quello che sulla mia faccia è stampato: file di denti freddi che battono abbondanti fino a trovare uno strano ordine di cose… la realtà.
Fosse solo la tua più personale fantasia, l’immagine al rovescio di importanti figure, i simboli intoccabili ormai sbranati che ora sono famiglie massacrate di termini e parole, le visioni ammesse, solo follie originali di teste solo timidamente curiose.
Gentilmente, la paura diviene tentativo banale di difenderla questa realtà, e tutti nudi i sentimenti paiono vergognarsi e così si coprono, si raggomitolano e poco dopo divengono carta. Carta su cui scrivere la propria presenza, impreziosendola di nastri e musica, alleggerendola dei mal di stomaco e della febbre che non passa.
Splendido inchiostro nero, duro da cancellare, meravigliose parole che rendono sacro il foglio per intuizione o come semplice gesto regalato ai muri, che d’impatto sembrano farsi più morbidi e scricchiolano per ogni idea compresa. Scrivere di un tempo che si blocca e della sua voce che bisbiglia, bisbiglia la sua storia, quella di una grossa menzogna che si è venduta la nostra vita per l’ennesima maschera da passante.
Intere città prendono forma, le loro finestre sono case deserte e le facce sono maschere dalle labbra tirate, fotografie inedite di lunghi anni trascorsi senza aria. Hanno costruito e poi abbandonato, non si riesce più a pensare a dolci frasi o ad occhi languidi, ci si diverte abbandonandosi a forti forme di fame, bugie, raggiri.
Come ciechi si cammina sull’asfalto che pur serpeggiando non porta a nessuna verità. Si cammina di lato senza toccare chi solo con gli occhi ti tramuta in profonda ferita, chi pensa di rubare ciò che viene donato, senza timore.
Con delle facce senza più rispetto si diventa seri, non si ride più, vediamo avanzare chi ha fretta di esibirsi e lo sguardo sfugge, trova riparo altrove, tra i linguaggi più arditi, quello della bocca, meravigliosamente radicato tra le luci di questa stessa mortale città. Sono notti uniche queste, il vento gonfia le tende, cigola il ferro, la corrente elettrica parla tra i muri… ed è così che la magia si racconta, nella mano che di giorno si passa nei capelli e di notte sorregge la testa con tutti quegli occhi e quella bocca. Poi attesa calda di fronte al volo, successioni di idee imparentate ai ricordi,veloce aprire e chiudersi, batticuore gonfio fino al mattino.
Ma non si dorme mai ed il resto vive alle spalle degli uomini e se la spassa. Se la spassa il mare in burrasca dentro al quadro, e se la spassano le lenzuola sfacciatamente pulite, e i vetri, sempre quelli, appannati ora dal caldo, se la spassano le arti classiche radicate nel prestigio irremovibile, e la luce delle ombre fuori e passante per un filo dentro… dentro le case, curioso accumulo di respiri, come traduzioni di stelle in terra, le case si accendono e viceversa si spengono. Tutto della notte fa svegliare e le puttane non se la spassano.
I visi amati si moltiplicano, come stelle se ne accarezza la distanza ma dei lineamenti neanche una traccia. Nel vuoto di un divano illuminato le persone pensano all’amore con altre persone. Ci sono da fare lunghi discorsi sull’attesa, su gambe e piedi che più non avvolgono, su facce stanche che prima o poi si stendono nel sorriso. Le ali nello stomaco altro non sono che un bel pensiero d’amore. Andare e tornare, anche questo è amore, l’amore di chi si combina con la memoria, scatola piena a pressione, risucchio da un lato, tampona dall’altro.
L’amore che nidifica nello sguardo strane convinzioni e la memoria che ne mostra la nudità: paesaggi, espressioni diverse che velocizzano l’azione fino a renderla abitudine.
Il miracolo allora affiora, la follia…
…semplicemente, come la migliore delle idee, lo sfogo di un genio isolato, nascosto nella bocca chiusa e negli occhi brillanti.
CLICK.

Miriam Carnimeo – Altri Lavori

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LIMBO – CAPITOLO 8: Chiacchiere e un sorso di birra

2009 Novembre 20
di willoworld

Mylo contava le pause ed i margini che componevano la giornata. Le guardie Arenty non avevano più bisogno di tenerlo d’occhio. Solo nella tenda, attendeva il ritorno del maestro, dileguatosi al mattino insieme a Tawares, primo ministro dei Testimoni di Seidon. Aveva smesso di porsi domande. Gli avevano fatto rientrare il mal di testa e si era sentito uno sciocco. Uno strano senso di abbandono aveva preso il posto della frustrazione. Adesso non temeva più per la sua vita, per questo gli era più facile lasciarsi andare.
Si era invece concentrato sul crepitio, improvvisando parole e gesti legati a dei piccoli incantesimi di sua conoscenza. Aveva provato a smorzare il rumore, ad evocare il potere sottilmente, schermando, mutando, offuscando l’eco della magia, come aveva visto fare al suo maestro il giorno prima. Nella semi oscurità della tenda era stato cauto, ed era riuscito anche ad ottenere alcuni risultati positivi. Se qualcuno lo avesse sorpreso a manipolare la realtà si sarebbe cacciato nuovamente nei guai.
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ACQUA

2009 Novembre 19
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di willoworld

Acqua
Che scorri addosso
Che lavi il mio corpo
Scolpito nel tempo
Scalfito di dentro
E cerchi di entrarmi
Come luce mi bagni
Io potrei abbandonarmi
Di te saziarmi
Abbassare la testa
Chiudere gli occhi…
…e basta.

Lavarmi l’anima
Non puoi
Ti lascio fuori
Lo sai
Siamo giare ermetiche
In cui dimorano anime
Votate al dio fuoco.

Parole ed immagine di Frost – Altri Lavori

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COME UN FIUME

2009 Novembre 18
di willoworld

Il giorno in cui decisi di entrare in clandestinità i carabinieri mi stavano cercando da giorni. L’unica possibilità che mi era rimasta era quella di comprare dei documenti fasulli e di cambiare città. Gli amici mi avevano fatto capire di tenermi fuori dal giro per un po’ di tempo, ed io avevo seguito quel loro consiglio, e con quei pochi soldi che avevo da parte mi ero preso un monolocale in affitto e un televisore per tenermi aggiornato. Ero solo, e di quella città dove ero arrivato col treno, cambiando diversi convogli locali, non conoscevo un bel niente, e neppure mi incuriosiva andarmene in giro. Niente telefono, niente contatti, niente di niente. Ma in poco tempo quella solitudine che inizialmente mi pareva un rifugio, iniziò a trasformarsi in una condanna terribile. Il mio monolocale pareva una gabbia, e tutti i pensieri che riuscivo ad avere tramavano contro di me, dimostrandosi ogni giorno inconcludenti e monotoni. Così iniziai ad uscire, giusto per vedere la gente, per sentire gli altri parlare e scambiarsi le idee, ed anche se evitavo di entrare in locali e luoghi affollati, le semplici persone che incontravo per strada o sui marciapiedi mi sembravano ricche di cose da dire, forti della loro vita ordinaria. Una sera un barbone mi chiese dei soldi, ed io spontaneamente lo scansai, ma quando lo rividi, qualche sera più tardi, gli misi nella mano gli spiccioli che avevo con me. Quello mi guardò, come si guarda qualcosa di strano, mi strinse leggermente la mano dentro alla sua e mi disse: “Io ti conosco”, in un modo che mi fece tremare. Non era vero, non poteva essere vero, eppure qualcosa dentro ai suoi modi pareva affermare che la sua non era una stupidaggine sparata lì a caso. Ritirai la mia mano e tornai sui miei passi, però il giorno seguente percorsi di nuovo quel marciapiede dove in genere stava il barbone, e lui era lì, con la stessa espressione sorniona, quasi aspettandomi. Gli chiesi se voleva qualcosa di caldo, così lo portai dentro al bar poco lontano. Sorrideva, senza guardarmi, sembrava perso tra sé dietro chissà quali pensieri. Biascicò qualche frase, come parlasse da solo, io capivo solamente qualche parola, così gli chiesi qualcosa, niente di particolarmente diretto. Lui continuava a sorridere, e rispondeva a suo modo con qualcosa che aveva a che fare con la sua scarsa memoria di vagabondaggio e probabilmente di alcol. Poi si fermò, come se avesse d’improvviso trovato quello che in mezzo a chissà quante altre cose della sua vita andava cercando; mi guardò in fondo agli occhi come già aveva fatto e disse di nuovo: “Conosco il tuo viso; la tua faccia è quella di un uomo che ha paura di tutto, anche di me. So cosa significa essere in fuga. Si inizia un giorno, quando siamo pieni di tutto, e si va via. Ma poco alla volta ci si sente sempre più soli, fino al punto in cui non è più possibile tornarsene indietro. Tu sei a quel punto, riconosco il tuo sguardo. Del resto non so, per me non è interessante: ognuno ha un motivo per fare o non fare qualcosa, non esistono i buoni e i cattivi, esistono solo i pensieri difficili e quelli più facili, ma certe cose si sentono dentro e non si può andare contro natura, bisogna essere ciò che si è, bisogna dare fiato a ciò che sentiamo. Troverai anche tu la tua soluzione: sarà stasera, fra un giorno o tra un anno, ma quando saprai finalmente che cosa vuoi dalla vita, tutto scorrerà come il fiume, non ci sarà più alcun bisogno di chiedere in giro, di girare con lo sguardo perso nel vuoto”. Cercai anch’io di dire qualcosa, ma le sue parole non lasciavano spazio, eppoi non avevo veramente niente da dire, ero vuoto, così come lui aveva appena finito di dire. Uscimmo dal bar poco dopo, lui mi salutò nella stessa maniera con cui ringraziava chi gli allungava dei soldi, ed io ritornai verso il mio monolocale, con la sensazione di sentirmi scoperto, nudo in quello che ero, ma consapevole di avere davanti delle decisioni da prendere, in fretta però, prima che l’inerzia mi prendesse la mano.

Bruno Magnolfi – Altri Lavori

Foto di Willoclick

IL TEMPO PER AMARE

2009 Novembre 17
di willoworld

Malgrado Marina mi guardasse con gli occhi velati da un pianto represso, io continuai a riversarle addosso le frasi che avevo impresso così bene nella mente e che avrebbero decretato la fine della nostra lunga storia. Solo adesso, a distanza di due anni, mi accorgo che quelle parole erano false, seppure le avessi ragionate ed in parte sentite. Ma la verità non è mai così semplice come la si immagina. La verità non è esclusivamente sentimento o razionalità, anche se è probabilmente figlia delle due, e soprattutto non è definibile in un momento, ma solo attraverso il ciclo degli eventi, il trasformismo delle cose e le conseguenze delle proprie decisioni.
Non ero io quell’uomo che la guardava negli occhi senza vederla, in quel pomeriggio di marzo stranamente caldo nel giardino di casa. Non era la mia voce quella che cercava di convincerla che tra noi due ormai non esisteva più nulla. Non erano i miei gesti quelli che mascheravano la mia risoluzione. “Non tornare indietro! Non cadere nella trappola” continuava a ripetermi una vocina da dentro, un disco che avevo inciso durante i giorni in cui mi ero preparato ad affrontarla.
Quando incominciò a mancarmi ignorai i sintomi. Quando stavo male davo la colpa al lavoro, o al primo capro espiatorio che mi capitava sotto mano; parenti, amici, vicini di casa. Qualcuno iniziò a pensare che c’era qualcosa di sbagliato in me, e come potevo dargli torto. In pochi mesi ero diventato espertissimo a scansare le relazioni e a rinchiudermi nel mio malumore. Quella fu la fase più triste, ma in qualche modo meno dolorosa, perché ancora non riuscivo ad ammettere a me stesso l’errore che avevo commesso e quello che avevo per sempre perduto.
La rividi per caso in un sabato di pioggia, era settembre ed io avevo superato la prima fase ed ricominciato il solito tram-tram di incontri inutili, aperitivi, cene, sesso veloce e mai appagante e letti vuoti al mattino. Lei passeggiava insieme a un tipo sui quaranta, alto e con un certo charme. Ricordava me tra dieci anni e la cosa mi procurò una masochistica soddisfazione. Quel giorno mi convinsi che ero stato uno stupido a lasciarla e me ne feci pure una ragione, perché nonostante Marina fosse probabilmente la donna della mia vita, erano stati i tempi sbagliati a fregarci. Di quale colpa avrei mai potuto accusarmi se non quella di aver ascoltato il mio cuore in quel pomeriggio di marzo e averle detto come stavano le cose? Ed il mio cuore strillava una cosa sola, ed era paura. Paura con la “P” maiuscola. Potevo forse ignorarla? No, quella era l’unica verità.
Dopo l’incontro passarono alcune settimane tranquille, un periodo che ricordo come la classica calma che precede la tempesta. Poi arrivarono i matrimoni, tre in un botto solo. Nel giro di appena un anno i miei amici più cari si erano sistemati, andando contro a tutte le aspettative. Artistoidi matti, ragazzacci scapestrati, zingari per natura e per diletto, tutti, chi più chi meno, allo scoccare dei trenta avevano imboccato la strada verso l’altare. Una parte di me li detestava, nonostante li amassi come sempre, e la cosa che mi faceva più rabbia era che mi sembravano felici per davvero. Cercavo di convincermi dell’opposto, ma mi accorsi che non ero più così abile nell’ingannarmi. Erano felici ed invece di sforzarmi di essere felice per loro li prendevo in giro pavoneggiandomi della mia vita da single. Ed erano tutte bugie.
Dopo la scenata del terzo matrimonio, alla fine del quale io, completamente ubriaco, brindavo ironicamente alle semplici vite dei tre compagni di vita, incominciai a non rispondere più alle chiamate. Il sentirmi vittima di uno strano gioco del destino mi faceva stare così male che, per convincermi della mia invincibilità, iniziai a respingere ogni affetto. Allontanare i miei amici, che avevano altro a cui pensare, lavoro, mutuo e bimbi in arrivo, fu più facile del previsto. Le serate iniziai a passarle insieme a gente alla quale non mi sarei mai avvicinato in passato, ed in breve lo spinello del sabato sera divenne due righe di coca, oppure un paio di pasticche. Seguivo un tracciato illuminato a giorno da fiaccole accecanti, una strada dritta e buia priva di meta, e le luci delle città riuscivo appena a scorgerle al di là del guardrail, mentre spingevo incurante sull’acceleratore. Nella città vivevano i miei amici che non si meritavano altro di essere derisi, e viveva anche Marina col suo nuovo uomo, e forse era felice, più felice di quanto non lo sarebbe mai stata con me.
Mi ci sono voluti due anni per capire e smettere finalmente di punirmi per quelle parole che le dissi quel giorno. La paura non c’entra e il destino è un placebo per menti facili. Ho riaperto finalmente la porta del cuore, la stessa che avevo richiuso quel giorno di marzo e che ho tenuto sbarrata per tutto questo tempo, negando l’accesso persino ai miei amici più cari.
Non esistono uomini o donne della vita. Esiste il tempo per amare, e quando c’è quello ci sono tutti gli ingredienti giusti per creare qualcosa di meraviglioso.
Adesso lo so; è finalmente tornato anche per me il tempo per amare.

GM Willo – Altri Lavori

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Foto di Willoclick “Uomo con cane”

STORIA D’AMORE E DI FIORI

2009 Novembre 16
di willoworld

Storie d'amore e di fiori

Ne conosco a miliardi, sono il mio cielo.
Insegnano la verità cruda di una cruda filosofia esistenziale.
Guardi in alto per non morire nel cemento.
La prima storia d’amore è con mio padre.
Vendeva frutta e verdura di giorno, e di notte come una lucciola si allontanava per pescare.
Lo vedevo svanire nel mare, io l’avrei aspettato ad ogni scandire d’ora.
A volte, lo vedevo ribaltarsi con il tre ruote perché lo caricava troppo!
Le arance si perdevano per strada sotto la puzza di pesce morto da poco ed il sorriso sconsolato di mia madre.
Lei è sempre stato il suo amore, per inseguirla avrebbe rubato interi giardini, gli massaggiava ogni notte il cuore per amarla senza dolore, dolore per una barca di niente ed un languore allo stomaco,
che consumava ogni loro più piccola illusione del domani.
Tutto era il solo presente,
si dicevano solo,
“Oggi ti amo e il presente è per sempre”.
La mattina a fare l’amore dove si poteva, e di notte a ridere mentre mio padre gli toglieva le spine dei fichi d’india dal pancione. Era sempre incinta.
I clienti la facevano piegare sulle bancarelle per guardarle le tette, e lei inevitabilmente si pungeva, tra il sorriso divertito di mio padre ed un occhiolino a me!
La loro era una storia d’amore che si approfondiva nei campi, ed io come loro frutto,
adesso valgo quanto un fiore.
Mi chiedo solo,
ma io posso essere un fiore anche se mi nutrono con il sangue?
Dovrei compiere un gesto d’amore togliendomi la pietra che ho in cuore accettando una sana passeggiata, lasciare passare il vento dove l’aria smuove ogni certezza, svela l’imprevedibile del mio essere viva.
Lo confesso.
La vita per me vale quanto un fiore,
o l’anima contorta di un albero che di tanti anni ne fa una canzone.
Sceglierei di vivere anche solo, per rivederli ancora,
Guardando i fiori vivere di se stessi.
Esistenze senza resistenza e senza paradossi.
Ne guardo uno rosso, è bellissimo, sembra non chiedere nient’altro se non essere solo bellissimo.
Spesso assisto alla loro fine d’amore, guardo un uomo regalarli alla sua donna.
Senza radici imbavagliati nella carta, li vedo cadaveri spacciati per regali.
Lo confesso.
Sarebbe bastato un invito a guardarne un campo intero, tutti bellissimi attaccati alla loro voglia di vivere,
e noi due in tutto questo…
a guardarci.

Miriam Carnimeo – Altri Lavori

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DI UN CUORE AL CARBONIO, INCEPPATO DA UN SOLILOQUIO

2009 Novembre 14
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di willoworld

Di un cuore al carbonio

Qui scontando la pena,

di un sentimento che mi fa da carceriere,

trama forte l’esplosione. Rancori.

Un fremito sinaptico

un istante livido

un contatto. Il ricordo.

La lingua cede,

è una lama dissennata

in preda a fervore. Disegnando arrossa

l’esangue tempo.
continua a leggere…

IL VENTO NON URLA

2009 Novembre 13
di willoworld

IL vento non urla

Farina bianca di sacco disegna le impronte del vento, fino al margine del bosco insegna le tracce. Notte, facciate anonime di notte, sferzate da violenza e grigiore e calcestruzzo, a secchi sul giorno che muore.
Fatica e dolore, dolore di passi pesanti, impediti da mulini di vento.
La mia finestra, cerchio di luce sul buio più fitto, è impenetrabile al vento.

Si spezza contro i mattoni il vento, soffre nei cornicioni, muore sui davanzali: non entra qui il vento.
C’è troppo spazio pieno qui. Collezioni di cose, vecchie e nuove: l’elenco della vita.
Questo spazio è troppo pesante, troppo per una folata di vento.
Farfuglio parole sconnesse, che come un braccio disarticolato pendono lungo il fianco.

La fuori il vento.
Non urla, non ruggisce, il vento soffia soltanto.
Ogni cosa, al contatto, presta la sua voce al vento, ma il vento non ha voce.
Il vento è tutte le voci che cantano le canzoni del vento: ma il vento non ha voci, solo tracce.

Le seguirò fino al margine del bosco.
Sarà come smarrire il fiato dopo la corsa, le mani a proteggere i fianchi, l’ansimo della voce che si perde, spezzata in frammenti, dentro lo stomaco.
Estenuato al margine del bosco, sento dietro di me la deflagrazione potente di consonanti rumorose: il rumore dei mondi di parole che entra in collisione con la sintassi scardinata dal pensiero.

Il vento non ha pensieri, solo i soffi scandiscono il ritmo della sua vita.
Un uomo segue le tracce, per imparare ad essere vento.
Sono solo un uomo, reso folle dalle voci, che prova una struggente nostalgia del vento.
A volte sosto, assorto come in preghiera, ma non prego mai. Mi assopisce il margine erboso del bosco, incerto se andare o tornare: allora rimango immobile, sospeso nelle voci.

Ascolto le voci-Sono Ingannato, tiro fuori la mia voce-Inganno.
Un inganno è la voce, che corrode il midollo. La voce che scorre sulla pelle, come una carezza, sussurra graffiando a sangue la schiena, massaggia gli stinchi. Sul margine erboso del bosco la voce è l’inganno: troppo seducente per l’abbraccio casto dei rami, irresistibile per un uomo.

Un solo passo, di là.
Coraggio! Occorre coraggio per inarcare la schiena in un passo che spezza le reni. Un morso che spezza le voci. Coraggio!

Dario De Giacomo – Altri Lavori

Foto di Norma Desmond: http://www.flickr.com/photos/dramaqueennorma/

L’AUTOSTRADA DEL SOLE

2009 Novembre 12
di willoworld

Autostrada del sole

La mia casa è sotto al margine del cavalcavia di un sentiero poco frequentato che scavalca l’autostrada. Quando mi metto a dormire, durante la notte, mi sembra di vivere il confine tra la civiltà e la natura. In quel punto, attorno a quella mia specie di abitazione, ci sono solo campi verdi a distesa tra file sfumate di alberi, e per arrivare al paese più vicino ci si impiega a piedi più di mezz’ora. Sopra la mia testa transitano pochi mezzi, lungo quella via non ci passa quasi nessuno. In autostrada invece il traffico non termina mai, è un fiume continuo di materiale umano e di merci che scorrono accanto a me, quasi ai miei piedi. Certe volte mi chiedo se qualcuno che guida tutti quei mezzi non immagina che ci sia io al margine della sua traiettoria, e poi qualche volta sogno che qualcuno di loro si fermi e mi porti con sé. Non immagino un posto preciso dove recarmi, però dentro di me formicolano spesso così tante voglie che devo per forza ricacciarle all’indietro, e questo, penso, non è da persona, ed io, certe volte me lo ripeto per darmi più forza, sono una persona, anche se sono da solo, e anche se sono arrivato fin qui non mi ricordo neanche più in quale maniera. Ho ricavato due pareti con delle lamiere lungo il margine del cemento armato del ponte, e davanti a me, con delle assi di legno, mi chiudo la notte all’interno del mio spicchio di mondo. Il rumore continuo del traffico sull’autostrada è fortissimo, però ci si abitua. Ho una vecchia bicicletta con me, e con quella durante le belle giornate arrivo fino al fiume, e lì a volte mi lavo, prendo l’acqua che mi serve per la mia casa, mi siedo, osservo la natura bellissima di quella campagna. Qualche volta, di giorno, passano da sotto al cavalcavia gli operai che svolgono le manutenzioni, oppure le squadre per il taglio dell’erba al margine dell’autostrada, con i loro trattori giganteschi, le attrezzature meccaniche e tutta una serie di segnali luminosi bellissimi, e a volte mi salutano, mi gridano qualcosa nella loro maniera: sono calabresi, rumeni, marocchini. Certe volte li invidio, mi sembrano persone importanti, svolgono un mestiere che li pone al disopra di tutti: lavorano per gli altri, penso, per la sicurezza di quelli che non si accorgono neppure che c’è chi li veglia. Ho conosciuto Artur, un giorno, uno della manutenzione dell’autostrada, con la polvere e l’asfalto appiccicati sui suoi vestiti arancione ed il viso di chi non ride mai. Ha detto che la vita è uno schifo, ma io gli ho sorriso, non poteva dire sul serio. In primavera l’erba cresce giorno per giorno, siamo già usciti da questo inverno freddo e piovoso, tra qualche mese lavorerò nei campi vicini a raccogliere gli ortaggi, poi i pomodori, forse mi prenderanno per tagliare l’uva. La mia vita è naturale, con la luce del giorno e con le stagioni, ed i miei sogni viaggiano con gli autoarticolati che passano davanti a me. Sembrano tutti uguali, ma non è vero. Uno di loro prima o poi mi porterà via, in fondo a questo braccio di autostrada, e sarà là che inizierà tutto il riscatto della mia vita. Ci sarà qualcuno su un camion che si fermerà sulla corsia di emergenza, sorriderà senza chiedermi niente, ed io andrò assieme a lui e mi ricorderò che sono anch’io come lui, una persona, e tutto inizierà ad andare in maniera migliore, ed il futuro mi farà scordare del tutto di avere abitato sotto questo cavalcavia. Forse tornerò indietro, un giorno in cui tutto scorrerà per me nella maniera migliore, cercherò di ritrovare questo cavalcavia, e gli alberi, i campi, anche il fiume, e aspetterò la squadra della manutenzione dell’autostrada, e sarò tanto contento di ritrovare tutte quelle persone, perchè potrò dire ad Artur che si era sbagliato, che la vita non era come diceva lui.

Bruno Magnolfi – Altri Lavori

Foto di Pepe 50: http://www.flickr.com/photos/pepe50/

IL COLORE DELL’ANIMA

2009 Novembre 11
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di willoworld

IL Colore dell

Mi chiamo Valerio Parisi, ho cinquantotto anni e da tredici mesi combatto una malattia terminale che a breve mi porterà nella tomba. Ne hanno provate di tutte, ma il cancro l’avuta vinta, al solito. Ho visto morire prima mia madre e poi mia sorella; stessa storia, stesse procedure. Chemio, sofferenze, false speranze, miglioramenti e poi la sentenza. Intendiamoci, non mi aspettavo di guarire. Quando mi hanno diagnosticato il tumore maligno sapevo come sarebbe andata a finire, e mi va bene così. Nessuno piangerà la mia dipartita. Mia madre e mia sorella mi hanno preceduto, mentre mio padre non l’ho mai neanche conosciuto, e quindi sono più che sicuro che morirò da solo, in pace, insieme ai miei fantasmi.
Ma di uno di questi fantasmi, il più terribile e vergognoso, vorrei lasciare testimonianza in queste pagine. Quando qualcuno verrà a ripulire il mio appartamento forse si metterà a leggere questo quaderno e scoprirà un assassino. Per allora mi troverò beatamente sotto terra, a dare da mangiare ai vermi.
continua a leggere…