COMUNICAZIONE

Questa pagina non verrá aggiornata nelle prossime settimane causa meritata vacanza del blogger Willo.

Nel frattempo, continuate ad URLARE!!!

UNA STORIA SENZA FINE

C’era una volta un ragazzo che ogni sera se ne saliva in camera sua a scrivere una storia. Prendeva il suo quaderno a righe, la sua penna a sfera blu, ed incominciava più o meno così:
“C’era una volta un ragazzo che ogni sera se ne saliva in camera sua a scrivere una storia. Prendeva il suo quaderno a righe, la sua penna a sfera blu, ed incominciava più o meno così:
“C’era una volta un ragazzo che ogni sera se ne saliva in camera sua a scrivere una storia. Prendeva il suo quaderno a righe, la sua penna a sfera blu, ed incominciava più o meno così:
“C’era una volta un ragazzo che ogni sera se ne saliva in camera sua a scrivere una storia. Prendeva il suo quaderno a righe, la sua penna a sfera blu, ed incominciava più o meno così…
Adesso penserete che questa storia non abbia una fine, e che sia solamente uno scherzo un po’ sempliciotto di uno scrittone burlone. Invece no! Perché, che ci crediate oppure no, nel ripetere quelle frasi all’infinito, il ragazzo visse per sempre felice e contento. E questa, naturalmente, è la fine della storia.

LA DAMA DAGLI OCCHI DI GHIACCIO

Fare pulizie e riordinare gli scatoloni della soffitta significa imbattersi irrimediabilmente in quale reperto del passato, una storia, una foto oppure un disegno. Come nel caso di questo qui sopra (clikka per ingrandire). Il vecchio Walter impegnato in un ritratto di K. non perfettamente riuscito, ma comunque di grande effetto grazie ai suoi strepitosi chiaro-scuri.
Il disegno é datato 1-7-1994.

LA MESSA

É domenica mattina. La messa inizia alle dieci.
Cristos Vargas deve affrettarsi se vuole arrivare puntuale. Oggi è il giorno della sua comunione.
La doccia, la colazione, il giornale. Rituali che servono a rilassarsi, a entrare nel giusto mood.
Fuori è davvero una bella giornata, la prima di una primavera ormai inoltrata. C’è un vento tiepido che accarezza le pagine del giornale, mentre Cristos siede comodamente in terrazza, al ventunesimo piano. Il caffè è fumante, nero come piace a lui. Ci sarebbe il tempo per un sigaro, ma preferisce rimandare a dopo la messa.
Nel cielo sfreccia un jet lasciando dietro di se le sue scie di gas. È un disegno curioso. Ormai non ci facciamo più caso.
Cristos è annoiato dalle notizie del giornale. Lo ripiega e finisce il suo caffè, mentre guarda un paio di gabbiani rincorrersi. È quasi un segno mistico. La messa, la comunione, i due gabbiani…
Le 9:51. É quasi l’ora. Rientra nel suo monolocale. La terrazza è senza dubbio la parte migliore. Dall’ampia vetrata gode di una vista magnifica. Oltre il cemento si può intuire il mare, o al limite immaginarselo…

La messa è incominciata. Il prete parla di dio in molti modi. La musica è leggiadra, ma ha brusche virate di turbolenza. Gli astanti ci navigano sopra come vascelli danzanti su un mare burrascoso.
Arrivano le luci. Il prete esprime il significato della disgiunzione dell’anima con la metafora del prisma. La necessità dell’uomo di recuperare tutti i colori dispersi, e ricongiungerli per ritrovare la luce. I colori roteano come uccelli, esplodono in un cielo nero, ricadono formando pozze di luce liquida nelle quali immergersi. È il momento della comunione.
Cristos si avvicina ad una pozza di luce. Vi si immerge fino al torace. La sensazione è quella di un quieto viaggio ad elevata velocità, come se il suo corpo fosse stato scaraventato nello spazio infinito dentro un guscio protettivo.
Il prete gli sussurra qualcosa dentro.
“Dona il tuo corpo.”
È il momento del sacrificio. Cristos comanda l’espulsione. Il dolore è poca cosa. Il distacco è un sollievo straordinario.
“Cristos, hai rinunciato al corpo. Esso giace supino sul tuo letto. Gli angeli lo stanno benedicendo. Dio ti abbraccia. Vieni.”
Ritorna la musica. Questa volta è frizzante, in battuta sul levare, come una fuga di Coltrane. Cristos è diventato un filo intessuto nel disegno melodico. Si fa strada tra gli intrecci. Compone il suo personale disegno, rammendando l’essere.
La fuga continua, è un rincorrersi di note imprevedibili, una sfuggente password per accedere al mistero eterno.
“Cristos, è tempo di rientrare.”
La voce del prete lo riconduce nelle vicinanze del suo corpo. Per tempi indefinibili si è trovato ad anni luce di distanza.
“Gli angeli accarezzato le tue carni. Adesso puoi nuovamente vestirti di loro.”

Cristos Vergas apre gli occhi sul soffitto del suo monolocale, al ventunesimo piano. La sveglia digitale segna le 10:02. La messa è terminata.
Mentre si alza dal letto è ancora in preda all’emozione. Ripone i cavi nel cassetto dove giace il deck e pensa: adesso un sigaro ci starebbe proprio bene.

GM Willo

Si conclude con questo breve racconto il progetto “Piccola Pentalogia Cyberage”, una raccolta di cinque storie chiaramente cyberpunk, ma con dei sentori new age. Scaricate qui il file pdf del progetto.

LA RAGAZZA COL PELUCHE E L’OMBRELLINO BIANCO

La Ragazza col Peluche e l’Ombrellino Bianco
appare come d’incanto in riva allo stagno,
ti guarda negli occhi con sguardo abissale,
ti prende per mano e non ti lascia piú andare.

Figura sfuggente di una terra morente,
é un sogno fasullo di un viandante a cavallo,
che alzando il capo ormai stanco,
s’imbatte nel suo bel volto,
sotto l’ombrellino bianco.

Lei gli sorride con due labbra marcate,
magia di terre ormai scordate.
“Viandante ferma il passo
respira con me il meraviglio
acqua, radice e sasso
non fare solo un altro miglio”.

Ma l’uomo ha paura, si sa
non si fida di quello sguardo
e troppa fretta lui ha
lui schiavo del tempo ingordo.

Acqua sasso e radice
di lei son solo cornice
é meglio continuare
che rimaner col fato a giocare.

La Ragazza col Peluche e il Bianco Ombrellino
attende la venuta di un bambino
lui solo riesce con l’arte del gioco
a capire la terra, l’acqua ed il fuoco.

VEDI ANCHE: Willoclick

FIAMMA DI CANDELA

Cerco quel barlume di oscenità
che mi strappi
da questo buonismo interessante,
stressante.

Ricerco un suono,
una nota
che mi riporti alla realtà parallela
meno finta,
meno costruita.

Bramo quell’alito di vento
che mi spinge ancora avanti,
senza rimorsi e senza rimpianti,
per quelli che inevitabilmente
restano indietro.

Charles Huxley

L’OBLITORIO

Connor Whitesmith è morto alle diciotto e quarantasette minuti di oggi, 29 aprile 2017. Questo resoconto descrive ciò che è avvenuto dopo la sua morte, e con tutta probabilità non verrà creduto da nessuno. Non ho alcuna prova da mostrare e non possiedo le capacità retoriche per dissuadere gli scettici. Ciononostante non posso negare il fatto che gli eventi di cui parlerò siano veri al cento per cento. Ognuno è libero di pensarla come gli pare. In fondo, viviamo tutti in un mondo in cui la verità dobbiamo trovarcela da soli.
Il signor Whitesmith è entrato in sala operatoria con il cranio fracassato. Abbiamo provato ad operarlo d’urgenza, ma si è spento ancor prima di mettere mano ai ferri. Malgrado ciò, siamo riusciti ad allacciare un impulso “mirror” nella sua copia “elenty”. Estratta ed inserita nel sistema, l’entità doppione si è defilata velocemente nelle profondità dello spazio-disco. Al momento del trapasso, come accade ogni volta, l’impulso è completamente scomparso dalla matrice.
Tre ore e cinquataquattro minuti più tardi, mentre il corpo di Whitesmith già riposava nella cella frigorifera, e le luci della sala operatoria erano spente, il segnale è riapparso. C’era solo il sottoscritto a testimoniarne l’evento. Il resto della troupe se ne era andata a casa, mentre io sono rimasto a finire del lavoro arretrato.
La sorpresa mi ha fatto fare un balzo dalla sedia. Da quando il nostro centro di ricerche si è dedicato al progetto “Tracking Elenties” non avevamo mai ricevuto alcun impulso di risposta. I doppioni delle vittime semplicemente sparivano negli abissi della rete, insieme al segnale mirror che si portavano appresso.
Connor Whitesmith era stato ritrovato sotto casa sua, riverso in una pozza di sangue scuro. Nel terrazzo del suo appartamento la vetrata sbatteva nel vento, sei piani più sopra. Il volo non era stato quello di un gabbiano…
Apparentemente un suicidio, la polizia comunque non ha accantonato l’ipotesi dell’omicidio. Ciononostante, dalle riprese satellitari, pareva che il povero Connor si fosse tuffato nel vuoto di sua spontanea volontà. Il caso era già chiuso un’ora dopo la sua morte sopravvenuta in ospedale.
Ma alla luce degli eventi accaduti sul deck della sala operatoria, le cose potrebbero cambiare. Non so quanto valore avrà la mia testimonianza come prova in un eventuale processo, ma anche al costo di passare per pazzo, confesserò al procuratore quello che ho visto.
L’impulso mirror è tornato indietro. In principio era un filamento luminoso che ha cominciato a saltellare senza scopo nella finestra di contatto. Poi si è trasformato in un cursore. Con estrema lentezza sono apparse una ad una le seguenti parole.
“È STATA NANCY, QUELLA TROIA! ME L’AVEVA DETTO MIA MADRE CHE NON AVREI DOVUTO SPOSARLA!”
Nella finestra sono rimaste queste parole, marcate in grassetto rosso, indelebili come la morte. Il segnale invece è scomparso poco più tardi.
Ho chiamato immediatamente l’ispettore Zirus, della E-Nvestigation. Mentre sto scrivendo questo resoconto sul mio diario, la polizia sta verificando l’autenticità della comunicazione. Difficile prevedere i risultati. Zirus ha l’aria perplessa, e qualcuno ha già incominciato a fare delle battute.
D’altronde Nancy Whitesmith non appare nei filmati del satellite, e questo la potrebbe scagionare, ma esistono molti modi per convincere una persona a spiccare il volo dal sesto piano.
Almeno, io ne conosco diversi…

GM Willo

IL MEDIUM

«Vorrei ricordarle che la procedura non è sicura…»
«Lo so, mi sono informato.»
«Intendo dire che lei potrebbe esserne danneggiato.»
«La prego, non perdiamo altro tempo…»
Giosani guardò il cliente come si guarda un bimbo che sta per combinarne una grossa. Giosani ci aveva fatto il callo. Sapeva quanto poteva essere testarda la gente. Ma dopo tanti anni di attività, non gliene importava più niente. L’importante era che pagassero, e che firmassero il contratto.
«Mi collego col mio notaio di fiducia. Può convalidare le firme anche attraverso la telecamera.»
«Bene. Dove devo firmare?»
«Qui sotto…»
Sul deep-screen da tavolo apparve la figura di un uomo di mezza età con la barba e gli occhiali.
«Salve Kevin. Ho qui un cliente. Potresti convalidare la firma del contratto?»
«Certamente Gió, sono sempre disponibile per te. Tutto bene?»
«Abbastanza. Ultimamente sono più impegnato del solito.»
«L’ho notato. Gli affari vanno bene.»
«Non mi posso lamentare. Ok, questo è il signor Oswaldo Meraz. Ti sto inviando adesso i dati insieme a una copia del contratto e ai suoi estremi anagrafici. Mi sembra tutto in regola…»
«Si, tutto in regola Giò. Signor Meraz, la prego digiti il suo codice personale per dare l’approvazione dell’autenticità dei dati…»
L’uomo batté la serie sulla tastiera. Giosani non poté fare a meno di notare che gli tremavano le mani. Tutto regolare…
«La transizione è già stata fatta…»
«Si, signor Meraz, ho appena visto il mio conto. La ringrazio. Kevin, siamo a posto?»
«Perfetto Giò, tutto a posto. Ci vediamo la prossima volta.»
«Bene. Grazie ancora.»
Lo schermo si spense.
«Prepariamoci…»
«L’opuscolo dice che è in grado di vedere oltre i varchi…»
«Si, ma le consiglio di rimanere dentro la mia aurea. Se dovesse uscirne non potrei più fare niente per lei.»
«Capisco…»
«È capace di seguire le scie?»
«Certamente…»
«Bene. Se dovesse rimanere indietro mi chiami. Aprirò una finestra di interlocuzione, così potremo rimanere sempre in contatto.»
Ci fu il solito rituale della connessione; cavi, spinotti, ricerca delle frequenze. Cinque minuti più tardi erano dentro, proiettati in corridoi laterali che raggiungevano velocemente gli spazi profondi della matrice. Una volta laggiù, Giosani avrebbe cercato quei sentieri che solo lui conosceva, strade nascoste e tortuose che si allontanavano pericolosamente dal sistema come lo conosceva l’uomo. Li avrebbero condotti alla Valle degli Accessi, come la chiamava lui. Era il limite estremo dello spazio-disco, un luogo in cui l’informazione subiva bizzarre alterazioni, creando appunto i cosiddetti varchi.
«Bene, siamo quasi all’uscita dei corridoi. Tra poco la luce cambierà d’intensità. Non si preoccupi e continui a starmi vicino.»
«D’accordo!»
Giosani si sforzava di ricordare il primo impatto con le rivelazioni. Per lui era diventato tutto scontato. Gli spiriti dei defunti, le trasmissioni sensoriali, i bagni dimensionali. Quei luoghi inimmaginabili erano il suo lavoro, ed era un modo facile ed onesto per tirare su la grana necessaria a rimanere a galla, in un mondo fatto solo per i ricchi. Una seduta gli faceva guadagnare fino a dodicimila testoni. E se qualcosa andava storto, il contratto lo scagionava da qualsiasi responsabilità.
Come aveva detto Kevin, gli affari giravano bene. La gente non ha mai smesso di voler contattare i morti. Nel tempo le tecniche sono cambiate, ma il business ha sempre funzionato.
Non erano pochi coloro dubitavano della sua onestà. In fondo non ci sarebbe voluto molto per ingannare il cliente. Eppure l’esperienza era genuina al cento per cento. Giosani guardava al fatturato, ma non era un truffatore.
Avevano raggiunto i sentieri. Il medium aveva rallentato l’andatura; quelli erano posti insidiosi, e l’opuscolo assicurava l’incolumità del cliente fino ai varchi, perciò non poteva rischiare di perderlo ora. Una volta laggiù, se la sarebbe vista da solo con i suoi dannati spettri.
«Rimanga vicino adesso. Non esca dalla mia scia, neanche per sbaglio. Intesi?»
«Va bene…»
I sentieri apparivano come delle piste lievemente luminose in un territorio oscuro e indecifrabile. I paesaggi circostanti erano compressi, oppure criptati, perciò era come se una serie di veli scuri ne delimitassero i bordi. Quelle erano le magioni dei pazzi; così le chiamava Giosani. Praterie sconfinate di memoria alla mercé di creature ibride, figlie della nuova era della rete. Addentrarsi dentro quei mondi significava perdere completamente la propria identità carnale, e diventare parte del sistema.
«Ci siamo quasi. Oltre quei lembi, riesce a vederli?»
«Cosa sono?»
«Non saprei. Credo appartengano la drappo che è stato lacerato. Le dimensioni si piegano in questo punto, e nello spezzarsi creano i varchi.»
Il sentiero li condusse oltre le lacerazioni dei mondi. Laggiù era grigio, denso, ovattato, grave. Giosani a volte era disturbato da quell’ambiente. Un universo di passaggio, una sorta di limbo privo di tempo e di confini. In quell’abbraccio plumbeo, le due proiezioni si fermarono.
«E adesso?»
«Devo trasmette l’impulso. Suo figlio di chiamava Dennis, vero?»
«Si…»
«Mi carichi una memoria recente, la più intensa che riesce a ricordare.»
Il signor Meraz protese l’immagine del proprio figlio quando era ancora in vita, in un giorno di primavera al parco. Sorrideva con grandi occhi azzurri, mentre gli veniva incontro sul suo triciclo.
«Bene. Questa va benissimo. La trasformo in impulso, e poi vediamo cosa succede. Lei si tenga vicino. Riesce a vedere l’aurea?»
«La sfumatura che cambia, a un paio di metri da dove ci troviamo?»
«Esattamente. Se l’attraversa, io non posso fare nulla per lei. Intesi?»
«Si…»
L’impulso non sortì alcun effetto visibile. Il cliente si accontentò della spiegazione, e si fidò delle parole di Giosani. Non poteva fare altro.
Passarono i frame. Il medium riusciva a percepirli, ma chi non era abituato a simili viaggi poteva farsi prendere dal panico. Il frame è una misura di tempo fittizia, necessaria quando si vogliono esplorare zone della matrice che non sottostanno alle normali leggi del viaggio virtuale. Chi è privo di un punto di riferimento temporale, può affogare nell’illusione di un’eternità, e rischiare di impazzire.
«Stia calmo. Siamo in attesa. Rimanga presente…»
Il cliente annuì. Sembrava aver ripreso il controllo.
Dentro quella specie di utero grigio, le due proiezioni attendevano l’avvento dello spettro. Giosani si chiese se Meraz avrebbe voluto davvero dare una sbirciatina oltre il varco. Poteva cercare di dissuaderlo, ma sapeva già che sarebbe stato inutile, come era stato inutile con i precedenti clienti. Pochi avevano resistito alla tentazione.
«Vedo qualcosa…»
«Si, da quella parte. Una forma lievemente luminosa…»
«Che cos’è?»
«In questo luogo gli spiriti vengono percepiti come masse scomposte di luce soffusa. Credo sia lui…»
Meraz tremolò. Il momento era delicato. Alcuni rigettavano la visione, perdendo il contatto con la propria proiezione digitale. Altri fuggivano in preda al terrore, smarrendosi nelle magioni dei pazzi.
«Non si muova. Stia tranquillo, va tutto bene.»
La forma luminosa sostò a ridosso dell’aurea, un groviglio pulsante di filamenti cangianti. Il riconoscimento non avviene a livello percettivo. Il cliente semplicemente obbedisce a una voce interiore che gli conferma l’identità dello spirito.
«Ciao papà.»
«Dennis…»
«Che bello che sei venuto a trovarmi…»
«Si, è bellissimo…. Come stai?»
«Benissimo. Quaggiù c’è tanta quiete. E poi suonano questa musica, e noi balliamo, e ci sono proprio tutti, sai?»
«C’è anche la mamma?»
«Certo. C’è anche lei. E anche la nonna. Balliamo sempre… Vieni anche te?»
«Signor Meraz, rimanga dov’è!»
«Si, sono qua. Non si preoccupi…»
«Non puoi venire, papà?»
«Si, amore. Un giorno verrò anch’io.»
«Ah, bellissimo. Noi ti aspettiamo.»
«Si, aspettatemi…»
«Adesso devo andare. Quaggiù è troppo grigio. Non è un bel posto…»
«Certo, amore. Vai. Non rimanere qui, se non ti piace.»
«Torno dalla mamma. Noi ti aspettiamo allora…»
«Certo. Ciao…»
«Ciao papà.»
La forma luminosa si allontanò velocemente. La proiezione di Meraz continuava a tremolare, ma Giosani non se ne preoccupò. Era una reazione normale, date le circostanze.
«Posso guardare oltre il varco?»
“Ci siamo” pensò il Medium.
«Il contratto lo prevede, ma devo avvertirla. Molti miei clienti non hanno resistito alla tentazione.»
«Lo so, ma non m’importa. Ho pagato anche per questo servizio, no?»
«Certamente. Mi segua allora. E stia sempre vicino.»
Proseguirono nella direzione in cui era scomparsa la luminescenza che era lo spirito di Dennis. Non esistevano punti di riferimento, perciò era come avanzare nella nebbia più fitta. Ciononostante Giosani si fermò in un posto ben preciso, che all’apparenza non presentava alcuna delimitazione.
«Perché ci fermiamo?»
«È qui.»
«Il varco?»
«Si. Lei non può vederlo, ma io riesco a sentirlo. Adesso aprirò uno spiraglio. Lei ci potrà guardare attraverso. Mi raccomando, non si sporga troppo. Anche se non fosse sua intenzione gettarsi dentro, qualcosa in lei proverebbe a farlo. Combatta questo impulso, intesi?»
«Va bene…»
«Bene…»
Nella nebbia si aprì un squarcio. Una luce intensa vi fuoriuscì, investendo le due proiezioni. Il “bagno dimensionale”, lo chiamava Giosani; un’esperienza difficile da dimenticare ed impossibile da descrivere.
Poi, quando la visione si assestò, entrambi poterono ammirare in tutta la sua magnificenza l’opera più sorprendente di tutto l’universo. Un complesso disegno mutevole delineato da orbite perfette, sulle quali si muovevano forme indistinte di energie vitali. Tutto procedeva lungo e attraverso una melodia soave, di indefinibile provenienza. Giosani la chiamava la “danza cosmica”.
«Meraz, cosa sta facendo? Si fermi! Torni indietro!»
Ma la tentazione era troppo allettante. La proiezione di quel padre divorato dal dolore si scagliò attraverso il varco, cercando la sua orbita in quel preciso disegno.
Come poteva biasimarlo, Giosani.
E poi, cosa poteva importagliene a lui.
Il conto era già stato saldato.

GM Willo

Creative Commons License
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ISOLDA PARKER

Isolda Parker.
Che donna…
La nostra non è stata una relazione, ma una partita a scacchi. Ed io ho fatto la fine del Re nel corridoio. Che stupido!
La passione travolgente delle prime serate insieme si è trasformata presto in ossessione. Lei mi svegliava nel cuore della notte, ordinandomi di collegarmi a lei, di collegarmi in lei. Il sesso carnale non le interessava per niente. Si, lo abbiamo fatto qualche volta all’inizio, ma si è stufata subito.
Una sera, porgendomi gli spinotti, mi disse: “Caro, infilati questi. Ci facciamo un giro.”
Le risposi che non ero proprio un tipo da viaggio. Lei mi sorrise, con quella tipica espressione da mantide. Avvicinò le sue labbra carnose alle mie, mentre con la mano cercava il mio innesto dietro la nuca. Quel bacio fu l’inizio del volo…
Indossavo vesti di luce liquida. Galleggiavo sopra un letto oleoso. Lei mi raggiunse nella forma di un insetto gigante, nero come la pece. Il ticchettio delle sue zampette s’impossessò delle mie percezioni. Ne ero terrorizzato, ma non potei nascondere una certa eccitazione. Lei si mise a divorare le mie carni di luce, una bocca famelica da insetto che voracemente si faceva strada verso i miei intestini. L’orgasmo stava montando. Era un’ascensione lenta e tortuosa, fatta di brusche accelerazioni ed improvvise frenate. Era un volo senza paracadute.
Quando ricaddi pensai di rinascere e morire almeno un centinaio di volte.
Poi toccò a lei. Voleva che le infilassi la luce sottopelle. Voleva che la vestissi di me.
Andammo avanti per ore, esplorando le fantasie più incredibili, attingendo forza dalla corrente elettrica, diventando organismi di energia pura.
Ma ogni volta il risveglio nascondeva qualcosa di traumatico. La mancanza totale dell’appagamento, l’insopportabile apatia per la vita reale. Era peggio di una droga.
Isolda non ne sembrava affatto disturbata. Forse era già perduta. Forse non era mai realmente esistita.
Le ho lasciato il mio corpo. Non che gliene importi qualcosa, però crede ancora che vi abiti. Lo tiene attaccato ventiquattro ore al giorno, iniettandoli zuccheri e altre schifezze. Quando vuole farsi un giro vi si adagia accanto e s’infila dentro. Io li osservo da una piattaforma schermata, e a volte provo un po’ di gelosia per il mio doppione. Ma la libertà in fondo non ha prezzo.
Quaggiù mi trovo bene. Devo stare attento, perché Isolda non è stupida, e se dovesse accorgersi che si sta scopando un clone, rivolterebbe la rete per scovarmi. Ed io non mi fido delle sue amicizie…
Il mio corpo mi manca un po’, ma ci farò l’abitudine.
In fondo anche quello non è altro che una prigione.

GM Willo - 2008

I VERMI DI RARIEL

Non oso pensarlo…
Oh mio dio… devo stare calma… l’E-speaker è già in funzione… sta già salvando…
Eccomi…
Mi chiamo Ilaria Delorme, per metà francese. Ma questo non vi interessa…
Faccio parte del team di ricerca DTH (Digging The Hole) fortemente voluto dalla federazione Eurasia nel dicembre scorso, per analizzare alcune fenditure apparse nei remoti angoli della matrice. Confesso che molti di noi erano scettici a riguardo. Nessuno ha mai preso realmente sul serio gli esperimenti che facevamo, anche se ogni procedura è stata sempre rispettata.
In rete se ne parlava e se ne parla tutt’ora in maniera frenetica e spesso imprecisa. La fenditure esistono, ma ancora non sappiamo cosa siano. Posso solo dirvi che attraverso di queste sta entrando qualcosa. L’ho scoperto pochi minuti fa.
L’unico nome che sono riuscita a codificare è Rariel. I byte che ho analizzato appaiono sfaccettati come pietre preziose. L’immagine è quella di un groviglio cromatico serpeggiante. L’immaginazione ha fatto il resto; li ho chiamati i Vermi di Rariel.
Cosa essi siano non ne ho la più pallida idea. Per intuire da dove essi provengano, dovrei attingere alle più folli fantasie infantili, ai fumetti e alle storie dell’orrore. Una cosa è sicura; gli impulsi che emanano non sono di questo mondo.
Ne ho isolato uno. Ho fatto dei test reattivi. Potrebbe trattarsi di un virus, ma il suo comportamento è sfuggente. Sembra evolversi e modificarsi dall’interno proprio come farebbe un virus, ma questa trasformazione trascende le logiche elettroniche e di pensiero. Il cambiamento stravolge il contesto. Il verme abbandona la sua natura digitale diventando qualcosa di carnale.
Il processore nel quale ho esaminato il campione estratto è andato in corto. Il disco rigido era completamente ricoperto da una sostanza scura, gommosa. Tessuti organici, senza ombra di dubbio.
Ho spento tutto. Il terrore mi ha gelato il sangue nelle vene. Non ho osato vedere oltre. Spengerò anche questo ultimo accesso, dopo che avrò finito di dettare il messaggio.
I Vermi di Rariel sono dentro il sistema. A miliardi hanno già penetrato le fenditure, e si stanno facendo strada verso la superficie. Cambiano velocemente, adattando i loro impulsi ai nostri, decriptando gli accessi, infiltrandosi ovunque.
Spengete tutto. Staccate la spina.
Ho uno strano presentimento…
Nessuno è più sicuro.

25 aprile 2018

Questo raccontino mi é venuto in mente giocando con questo “graphic generator“, un buon modo per stimolare la fantasia e divertirsi ad inventare storie. I Generators sono degli strumenti fantastici. Provate anche voi!