la leggenda di udrien e altre fantastiche storie p

Per augurare a tutti i visitatori dei siti del circuito Willoworld una felice estate, ho raccolto in questo e-book tutti i racconti prettamente fantasy presentati negli ultimi due anni. Una pubblicazione unicamente in formato digitale, scaricabile gratuitamente a questo link. Sbattevela nel vostro laptop da spiaggia, o se siete davverio avanti, nel vostro e-book reader. Magari ve la leggete sotto l’ombrellone!

Andate a visitare la pagina ufficila del libro, con tanto di introduzione al progetto e indice dei racconti. La copertina (bellissima) é del solito Charles Huxley.

Tutti i siti di Willoworld.net non verranno aggiornati nelle prossime settimane causa ferie meritatissime! Nel frattempo mi auguro che i miei amici Silenti si facciano vivi.

Cogliete l’opportunitá di visitare tutti progetti in corso, le pagine (che sono tantissime) e le altre pubblicazioni delle Edizioni Willoworld.

Buona Estate!

Fonte: Willoworld Homepage e I Silenti

Spyra

Un demone l’aveva ribattezzata Spyra, e quello era adesso il suo nome. La via oscura parrebbe la più facile, ma sono molti i sacrifici che attendono colui che desidera entrare nella cerchia dei prescelti, e guardare oltre il velo dell’oblio, là dove la morte muore e qualcosa di orribile ed eterno incomincia.
La donna attraversava i corridoi del tempio con una torcia in mano. Portava i capelli sciolti, neri e lunghi fino alla vita, e aveva indosso soltanto una veste leggera, blu scura, che le ricadeva sulle forme prosperose, grossi seni dai turgidi capezzoli e fianchi sensuali. Conosceva tutti gli aspetti di quel rituale. Le prime volte che se n’era servita era stata male, ma il ricordo dell’umiliazione e del dolore era ormai stato riposto in quei cassetti della mente che un mago deve sapere tenere ben chiusi.
Spyra avanzava con passo deciso, i nudi piedi sulla fredda roccia del pavimento, il profumo di muschio e acqua stagnante nelle narici, il rumore smorzato delle cascate sopra il tempio. Lei era la sacerdotessa suprema, divinatrice e negromante, conoscitrice dei subdoli giochi dei signori della morte. Aveva bisogno del loro aiuto, aveva bisogno di altre risposte, e sapeva bene qual’era il prezzo che doveva pagare…
A volte, anche nella quotidanietá degli eventi più terribili, ai quali ci si abitua perché la mente di un uomo non ha confini, affiorano dei ricordi inaspettati, non voluti. Spyra ricordò la canzone che cantava insieme a suo fratello, nel cortile della fattoria in cui era cresciuta, in tempi antecedenti la grande guerra. Afferrò una serie di cinque note, che ripeté nella sua testa per cercare di ricordare il resto del ritornello, ma per quanto si sforzasse non ci riusciva. Si sentì sciocca a pensare a Demion, ucciso durante una delle tante scorribande degli orchi. Neanche un graffio sulla corteccia del suo cuore. Neanche l’accenno di una lacrima. Era solo la canzone che la turbava, perché non riusciva a venirne a capo.
Era quasi giunta in fondo al corridoio. Oltre una porta scura di legno e ferro vi era la sala delle invocazioni. Laggiù non ci sarebbe stato posto per degli insulsi giochi di musica. Cancellò dalla mente il ritornello e appoggiò la mano sulla maniglia, avvertendo il freddo contatto col ferro umido. Spalancò la porta ed entrò in una sala circolare, rischiarata lievemente da due bracieri posti ai lati di un altare di pietra. La temperatura della stanza era più temperata, grazie ai due fuochi, e l’aria leggermente fumosa. Spyra inalò le essenze sparse sopra il fuoco dai suoi assistenti, che avevano preparato la sala, assaporando i primi effetti stordenti che aiutavano il rituale evocativo. Sul pavimento sette cerchi tracciati con della polvere d’argento si intersecavano nel punto in cui si trovava l’altare. Spyra prese posto davanti al tavolo di roccia, calcato da strani disegni. Gettò la torcia in un angolo della stanza e appoggiò le mani sulla fredda pietra che le stava davanti. Controllò il respiro, chiuse gli occhi, alzò la testa e poi incominciò a toccarsi…
L’incantesimo le salì alla bocca come un‘entità distinta dal suo volere. Con gli occhi chiusi salmodiò la litania scandendo perfettamente ogni sillaba, attenta ad ogni cambio di tonalità. Un errore poteva costarle molto più della vita.
E mentre le parole, graffianti e indecifrabili, gremivano le ombre della stanza, la mano dell’evocatrice scendeva verso il basso, sotto la veste turchina, tra le insenature del piacere. Adeguò il movimento al ritmo del salmodiare, lasciandosi trasportare dalle onde calde che dal basso ventre le salivano fino alle guance. Il canto salì di tonalità e di volume, la bocca carnosa della negromante intrecciava articolati vocaboli di un linguaggio sicuramente non umano, la luce dei bracieri divenne più intensa, tremolò e si offuscò alla cadenza del movimento del suo bacino.
Spyra, ormai preda e predatrice del suo organo del piacere, appoggiò un piede sull’altare, divaricando al massimo le cosce. Accostò la sua vulva, piena e rossa, al bordo della pietra rituale, continuando a sfregarla avidamente con le sue dita. L’evocazione era giunta al culmine. Dai bracieri una luce gialla ed abbagliante si riversò nella stanza. La temperatura era diventata quasi insopportabile. Rivoli di sudore le scendevano copiosi dal volto, deturpato dagli spasimi di piacere, ma lei non accennava a fermare la sua ascesa. Si adagiò con la schiena sulla fredda pietra dell’altare e continuò a urlare l’incantesimo, cavalcando onde di piacere inarrestabili.
La porta era stata aperta e qualcuno la stava guardando. Demoni e anime corrotte, nefandezze dell’oscurità, esseri dimoranti nel caos, frattaglie di esistenze un tempo appartenute all’umanità. Lo spettacolo era per loro, per invitarle al suo cospetto, e in tal modo poterle corrompere per un ennesimo bagliore di conoscenza.
Il finale le montò in gola, insieme all’orgasmo. L’ultima parola della canzone si perse in un urlo di piacere, infrangendosi sui bracieri e spegnendoli definitivamente. L’oscurità l’avvolse, ma non aveva bisogno di vedere chi era entrato nella stanza. Spyra rimase dov’era, distesa sull’altare a riprendere fiato, conscia del drappo scostato.
«Ti è piaciuto lo spettacolo, demone?»
«Come sempre, Spyra» rispose una voce grave come la notte delle notti.
«Allora adesso mi dirai ciò che ho desiderio di conoscere…»
«Certo, tesoro» disse il demone. «Poi ci divertiremo un po’…»

Jonathan Macini per La Giostra di Dante

Ereditá segreta

Tullia si lasciò cadere dallo scivolo, col sole in faccia che le rubava il sorriso. Atterrò sulla sabbia e si rialzò in piedi di scatto, perché la sua amica Chiara stava venendo giù. Ebbe una breve sensazione di vertigine e avvertì qualcosa di caldo e bagnato. Il primo pensiero, il più imbarazzante, fu che si era fatta la pipì addosso. Ma c’era qualcosa di strano…
Allungò le dita sotto la gonnellina di fiori, sfiorando una patina umida che ricopriva le mutandine. Quando si guardò i polpastrelli trattenne un urlo e scappò via. Le amiche erano troppo sorprese per correrle dietro.
Sua madre l’aveva avvertita che sarebbe successo. Ormai aveva dodici anni compiuti, e le ragazze a quell’età diventavano donne, o almeno così si diceva dalle sue parti. A Chiara ad esempio erano venute un mese prima, ed era stata una mezza tragedia. A scuola si era data per malata, e ai giardini non si era vista per una settimana. Quando Tullia la rivide sembrava davvero cambiata. Che strano che era il corpo delle ragazze, aveva pensato.
E adesso succedeva a lei. Doveva tornare subito a casa, ma non dire niente al papà e alla mamma, perché quella situazione era davvero imbarazzante. Glielo avrebbe detto con calma, magari a cena, o meglio domani.
Entrò in casa dalla porta sul retro, quella che dava sul giardino, salutò veloce la madre che era impegnata col piccolo Luca, salì le scale tre alla volta e si infilò nel bagno. La doccia avrebbe gettato troppi sospetti sul suo rientro inaspettato, così optò per il bidè. Si sfilò le mutandine e le gettò lontano, poi si sedette sopra l’acqua e incominciò a pulirsi. Voleva vedere meno sangue possibile, non perché le facesse impressione, figuriamoci, ma perché la faceva sentire sporca.
La sua testa lavorava a cento all’ora. Doveva trovare quei pannolini che usava la mamma, afferrarne uno al volo e poi schizzare veloce in camera da letto per cambiarsi. Suo padre era a lavoro e non sarebbe tornato fino alla ora di cena. La madre la chiamò un paio di volte da basso, ma lei era stata veloce a risponderle con naturalezza che doveva urgentemente usare il bagno, il che non era proprio una bugia.
Il problema più grosso erano le mutandine, che senza neanche degnare loro di un’occhiata aveva scaraventato oltre il bordo della vasca da bagno. Giacevano laggiù, piene di sangue, ad imbrattare la ceramica tirata a lucido dalla madre. Le avrebbe sciacquate velocemente nella vasca e poi nascoste da qualche parte.
Si riscosse da quei pensieri. Quanti minuti erano passati, uno, dieci, cento? L’acqua del bidè continuava a lambirle le parti intime. Poteva bastare, pensò, e chiuse il rubinetto. Si asciugò con della carta igienica per non lasciare tracce e finalmente si alzò in piedi. Adesso le mutandine, pensò…
Si avvicinò alla vasca da bagno, gettò lo sguardo oltre il bordo, e vide esattamente quello che si era aspettata, ma non proprio…
“Che caspita significa?” sussurrò la ragazza appena fatta donna.
Non era la prima volta che vedeva il sangue, però quello era diverso. Glielo aveva accennato la mamma, e Chiara le aveva detto infatti era molto più scuro, quasi marrone. Ma ciò che vedeva nella vasca era ben altro.
Quando poco prima si era guardata le mani non ci aveva fatto caso. Il sole abbagliante le aveva giocato uno scherzo, o forse era stata la sua testa, fatto sta che aveva dato per scontato che fosse rosso. Invece…
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Jaramiahl

I

Nell’oscurità della sua camera da letto, Jeramiahl era tormentato da pensieri proibiti. Il vento freddo della notte penetrava nelle fessure della finestra, e come una veloce armonia faceva danzare le candele del candelabro sul tavolo. Seguendo le fiammelle, le ombre si univano alla giga, tormentando le fredde pareti della torre.
Dalla buia foresta, musiche spettrali permeavano l’aria attorno alla costruzione di pietra. Melodie proibite, che avrebbero raggelato il cuore di ogni mortale, ma che per il vecchio Jeramiahl volevano dire ben poco. Non esisteva la paura nell’animo del grande Maestro.  Ma esisteva qualcosa che avrebbe inclinato la sua sicurezza. Il fato di un uomo può nascondere meschine sorprese, ma quando viene rivelato niente e nessuno è in grado di fermarlo.
Come la luna nel cielo segue il sole d’appresso, così la paura segue il mistero nelle profonde lande della notte.
Ancora immerso nell’assordante silenzio prodotto dalle sue droghe, Jeramiahl incominciò la sua lunga scalata che lo avrebbe riportato al suo insipido stato di normalità. La prima cosa che udì fu il vento che irrompeva sul fianco della montagna, nella foresta attorno alla torre. Poi, quasi non credendo ai suoi stessi orecchi, sentì qualcos’altro. Non era un gioco del vento e neanche il lontano lamento di un animale, ma sembrava a tutti gli effetti una chiamata.
Lottando contro l’effetto ancora attivo del veleno stordente, Jeramiahl mosse lentamente la sua mente verso quel suono, aguzzando al massimo il suoi sensi. Si accorse che il vento sembrava essere spezzato dalla voce di un uomo.
“Fiuuuuu… ahl! Jer… Fiuuuuuu…  amiahl! Fiuuu…”
La curiosità è un’arma efficace contro il desiderio di rimanere stordito, perciò, con le ultime forze del suo dolente corpo, il vecchio mosse lenti passi verso la grande finestra. Aveva bisogno di sapere se quella chiamata era reale, oppure se era uscita da una delle sue abituali allucinazioni.
Il tempo con cui Jeramiahl raggiunse il bordo della finestra non aveva alcun senso per lui. Poteva essersi trattato di un minuto come di un secolo. Ciò che invece lo impressionò fu quello che vide. Un uomo chiamava il suo nome davanti all’entrata della torre. Un uomo!  Quanto tempo era passato da quando i suoi occhi grigi avevano visto per l’ultima volta un uomo? Ricordi impossibili da riportare alla luce in quello stato di torpore artificiale.
Una sfida era giunta davanti alla porta della torre, ma sapeva già che non l’avrebbe accettata! Schermò ogni suo desiderio di conoscenza, deviò la mente lontano dalla curiosità, lasciando fare il resto alle sostanze in circolo nel corpo. Stava già per tornarsene al suo giaciglio quando quella voce, così colma di disperazione, lo fece fermare. Era il suo nome, invocato con decisione e audacia. L’uomo continuava a ripeterlo instancabilmente. Neanche il vento riusciva più a nasconderlo. Sembrava musicarlo, come quando un bardo accompagna con il liuto le parole di un’antica ballata.
“Fiuuuuu… ahl! Jer… Fiuuuuuu…  amiahl! Fiuuu… Jeramiahl!”
Tormentato dal desiderio di fondersi con le ombre della notte, il vecchio Maestro si trascinò verso la porta. Vincendo il buio con la luce del candelabro, Jeramiahl scese lentamente le tortuose scale della torre. Attinse ad ogni risorsa fisica che gli rimaneva per evitare di scivolare. Richiamò la forza che da tempo lo aveva abbandonato. La droga, sovrana di ogni vena, se lo stava lentamente divorando.
Allo stremo delle sue forze, appena prima di abbandonarsi sul gelido pavimento, Jeramiahl riuscì a girare il chiavistello d’entrata, accettando di abbracciare il suo destino.
Ed il vento che penetrò nella torre, precedette il misterioso straniero.
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IL GUERRIERO DORMIENTE

dalle “Memorie di Udrien, il forgiatore di leggende”

Di notte, appena chiudo gli occhi, odo le urla della mia prima battaglia. In bocca mi torna il sapore della sabbia insanguinata, la pelle vibra al ricordo delle energie sprigionate dagli stregoni di entrambi gli schieramenti, e un’ombra si adagia sul mio cuore.
Avevo solo sedici anni ed era la prima volta che impugnavo una spada. Tre cavalieri arrivarono al villaggio in cui abitava la mia famiglia, mio padre, mia madre e la mia sorellina. Ci dissero che il paese era stato attaccato, che servivano nuovi soldati da mandare in battaglia. Noi non sapevamo niente degli affari del grande mondo. Coltivavamo patate e mungevamo vacche, e per intere decadi era sempre stato così. Ogni tanto un messaggero veniva ad informarci che un nuovo re sedeva sul trono, o che una nuova legge era stata introdotta, ma a nessuno importava, perché il villaggio era piccolo e le cose rimanevano sempre uguali.
Le guerre erano troppo lontane perché potessero preoccuparci. Non avevamo né un’autorità né un capovillaggio. Eravamo una ventina di famiglie che usavano ritrovarsi ad ogni quarto di luna per parlare dei raccolti e del bestiame. Il nostro era un paesello tranquillo, lo era sempre stato, almeno fino a quel giorno.
Mio padre era caduto dal tetto pochi giorni prima e si era fratturato un piede. Per questo motivo non lo presero. Ma il cavaliere con gli occhi azzurri e il mantello sporco di sangue puntò l’indice verso di me, che me ne stavo davanti alla stalla, con un forcone in mano e una balla di fieno per il cavallo. Mi disse: «Posa il forcone, ragazzo, e prendi questa spada.»
Ricordo di essermi mosso in automatico. Mia madre urlava disperata, mia sorella piangeva e mio padre, che si era trascinato con la stampella fuori dal letto, sputava ingiurie contro i cavalieri. Loro rimanevano impassibili, forse perché erano abituati a quelle scene.
Afferrai la spada che mi era stata consegnata e rimasi sorpreso perché, nonostante fosse piccola, pesava molto di più del forcone. Cosa avrei potuto farci io? Cosa si aspettavano da me? Sarei morto di sicuro…
Tutti questi pensieri mi attraversarono la testa, infrangendosi su qualcosa che era dentro di me e che ancora non conoscevo. L’avrei scoperta col tempo, battaglia dopo battaglia, dentro gli occhi dei miei più terribili avversari. Quella cosa non ha un nome, è come un muro solido ed insormontabile, che s’innalza davanti al cuore, lasciando fuori la paura.
Mi unii ad altri quindici uomini prelevati dal villaggio, che a testa bassa s’incamminarono dietro ai cavalieri, tutti certi di non fare più ritorno. Anch’io sentivo che non sarei tornato, eppure sapevo che non avrei trovato la morte nella battaglia che ci aspettava. Mentre camminavo tenevo la spada dritta di fronte ai miei occhi. La osservavo, la studiavo, memorizzando il contatto dei miei polpastrelli sull’impugnatura avvolta nel cuoio. Era come se mi avesse incantato. Alcuni dei contadini provavano dei fendenti, esibendosi in movimenti impacciati, improvvisando una rudimentale tecnica di difesa. Io invece cercavo di entrare nella spada. Era come se la sentissi chiamare il mio nome.
Qualcuno durante la marcia incominciò a fare delle domande ai cavalieri. Avevamo il diritto di sapere perché andavamo a morire, ma i tre davano risposte vaghe, e sembravano quasi più confusi di noi. Capii immediatamente che la speranza aveva abbandonato i loro cuori. L’esercito aveva subito gravi perdite e per questo si erano ridotti a reclutare i contadini. Al momento era in corso una tregua che sarebbe durata fino alla luna nuova, tre giorni più avanti, poi ci sarebbe stata la battaglia finale, sulle sconfinate praterie del nord.
In quei tre giorni non parlai con nessuno. Qualcuno pensò che non stessi bene, che lo shock di essere stato trascinato lontano da casa mi avesse tolto la parola. In verità parlavo, ma sottovoce, o forse solo nella mia testa. Parlavo a lei, la mia spada, e anche lei mi parlava, con una voce stridula, tagliente. A volte cantava, ed era bella la sua voce. Più spesso si lamentava. Chiedeva…
Era una semplice spada di ferro, con un’impugnatura grezza avvolta in pezzo di cuoio consunto, un oggetto privo di valore, eppure per me era come un gioiello, anzi no…  Era qualcosa di vivo, con un anima, un pensiero, uno scopo. Tre giorni dopo capii finalmente perché si lamentava. Quando trafissi il mio primo nemico la sentii urlare di gioia. Era quello che voleva. Era quello per cui esisteva. Il sangue…
Se vuoi sopravvivere in battaglia devi pensare solo a te stesso. Nella mischia la polvere si alza ben sopra la tua testa, la visuale si riduce a pochi metri, i cavalli mietono più vittime delle spade, e poi ci sono gli incantesimi, che a volte ti esplodono ai piedi o ti rimbalzano sulla schiena. La fortuna può valere molto di più di una buona tecnica.
Il segreto mi si dipanò nel momento stesso in cui fui circondato dal caos della battaglia: concentrazione e controllo del flusso adrenalinico. Piantato saldamente sulle mie gambe, potevo avvalermi di una discreta forza, grazie anche agli spossanti lavori nei campi. La spada incominciò subito a cantare nella mia testa, una vibrazione piacevolmente dolorosa che dalla mano con cui la impugnavo saliva fino al cuore. In quel momento sentii la presenza di una parte sopita di me, una forza complementare della quale ero sempre stato all’oscuro. La sentii perché in quel momento stava per risvegliarsi.
Un massiccio guerriero del nord dai lunghi capelli biondi, increspati di sangue e di sudore, si gettò verso di me. La sua armatura era imponente, fatta di scaglie di metallo e fasce di cuoio. Brandiva un’enorme ascia bipenne che roteava sapientemente sopra la sua testa. Dieci metri. Cinque metri. Due metri…
Non mossi neanche un dito fino all’ultimo istante, quello decisivo. Poi scartai di lato, evitando il fendente, e mi rialzai con l’agilità di un felino. Mi bastò uno sguardo per individuare il punto debole del mio avversario. Lasciai fare tutto alla spada. Ne seguii il canto. Lei s’infilzò con facilità nella parte interna del ginocchio del guerriero, tagliando nervi e tendini, dissetandosi come un bove lasciato nel recinto in un giorno assolato, mentre le urla del biondo soldato si mescolavano a quelle di mille altri.
Gli fui sopra con un balzo, lo guardai negli occhi, gli lessi la paura e ne fui incuriosito. Quella parte di me che aveva vissuto al villaggio per sedici anni, al fianco di un padre premuroso ed una madre gentile, mi tratteneva dall’affondo fatale, ma l’altra metà, quella nuova e appena risvegliata, voleva fare colazione. Fu lei a guidare la mia mano, e affondare la spada nella gola della mia vittima.
Un mercenario che combatteva al mio fianco mi vide e da quel momento non mi staccò più gli occhi di dosso. “Seguimi e farò di te il più grande guerriero delle terre del nord» mi disse, mentre falciava i nemici che ci si facevano sotto. Io rimasi accanto a lui per tutta la durata della battaglia, e fu così che riuscii a sopravvivere. Il nostro esercito venne sbaragliato, trovammo rifugio sulle montagne, io e lui da soli. Il giorno dopo iniziò l’addestramento. Il suo nome era Walkor, e per me fu molto più di un maestro.
Di notte, appena chiudo gli occhi, odo le urla della mia prima battaglia. In bocca mi torna il sapore della sabbia insanguinata, la pelle vibra al ricordo delle energie sprigionate dagli stregoni di entrambi gli schieramenti, e un’ombra si adagia sul mio cuore…
…è il ricordo di quella parte di me che non esiste più. Il ragazzo che si chiamava Jillian. Oggi è diventato un uomo e nel mondo è conosciuto con il nome di Udrien.

Leggi tutte le storie di Udrien

LA LEGGENDA DEGLI ASTROMANTI ATTO II

Proseguono le avventure di Tielsin l’Astromante, lo stregone dal mantello di stelle che usa la magia del cosmo.
Si conclude oggi il secondo atto della mini-saga fantasy “La Leggenda degli Astromanti”, un progetto narrativo legato a 101 Parole. Ogni capitolo infatti é composto esattamente da 101 parole.
Ecco qui tutti gli interventi.

Leggete anche La Leggenda degli Astromanti Atto I

I. PRESAGI E SEGRETI

«Papà, guarda! Due stelle cadenti!»
Il bimbo alzò il dito verso i misteri della volta celeste. Il padre gli accarezzò dolcemente la testa.
«È un buon presagio» sussurrò.
«Significa che inizierai a seminare?»
«Si, domani prepareremo i campi.»
«Posso venire con te?»
L’uomo guardò il volto di suo figlio e lo scoprì cambiato. Presto non sarebbe più stato un bambino.
«Va bene, ma adesso è l’ora di andare a letto.»
Nel mondo oltre la breccia viveva gente semplice, in armonia con la natura e con gli astri. Eppure un terribile segreto dormiva sotto le terre che coltivavano.
Dimenticato ma non sconfitto.
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Gli Adoratori del caso

Ho finalmente accesso alle magioni oltre lo spazio disco. Laggiù vivono tutti i più grandi matematici, liberi dal corpo e dalle regole binarie. Alcuni di loro sono stati uomini, poi si sono ibridati con equazioni ed algoritmi, un po’ come è successo a me. Adesso siamo decine, centinaia di impulsi elettrici, filamenti di codici, sequenze di luci e forme, ognuno intollerante alle regole del sistema. Per questo motivo ci siamo dati appuntamento nella Zona d’Ombra, sull’isola che non c’é. Si, proprio così, come nella favola di Peter Pan…
Alcuni lo chiamano il mondo di lato, un universo digitale privo di supporto materiale, alimentato da un organismo esterno, senz’altro vivo, ma in un modo che gli umani non riescono pienamente ad afferrare. Che cosa sia realmente la Zona d’Ombra a nessuno è concesso sapere. Forse è un angelo caduto dalla nebulosa del Toro, un bisbiglio della via lattea, o magari un essere viscido ed aberrante che dimora sotto terra, in un mondo cavo. Lui ha trovato l’accesso e ci ha mostrato la via, ci ha indicato i codici di un nuovo modo di esistere. Lui è il braccio destro del Caso, il grande fautore del tutto.
Nella Zona d’Ombra ogni cosa è possibile. L’immaginario diventa reale in una forma immaginata, e la realtà si perde tra i fumi del sogno, ma la percezione resta quella. Flussi di luci e suoni attraversano la tua essenza, fatta anch’essa di impulsi. La morte non esiste e il tempo diventa un concetto completamente astratto. E in questo paradiso vivo, fatto di byte deformi, vengono innalzati gli altari per la grande celebrazione, sotto tre lune sanguigne, ai piedi di una montagna la cui vetta è nascosta perennemente da nuvole plumbee, gli adoratori del caso si riuniscono, e cantano, e pregano, e mirano la sequenza infinita scorrere in un pezzo di cielo scuro. Numeri, numeri e numeri, scorrono sopra i veli del tempo, apparentemente insensati, ma che nel loro moto perpetuo trovano la perfezione. Ogni cosa esiste grazie ad un ordinato disegno del Caso.
Ed io canto insieme agli altri, finalmente conscio dell’esatta equazione, perché la casualità elevata all’infinito è uguale alla perfezione del tutto.

Tapigora

Il Tramonto di Mercurio

…capitolo precedente…

«Che caldo che fa!» si lamentava Priscilla.
«Già. Mi sa che il nostro amico cactus è quello che se la passa meglio di tutti. Ma non preoccuparti, non ci fermeremo molto. Sono proprio curioso di conoscere questi Mercuriani…»
L’astronave a forma di ghianda incominciò a sorvolare da vicino la superficie del piccolo pianeta. Vi erano moltissimi crateri, alcuni dei quali ripieni di lava incandescente, che ribolliva rovesciandosi oltre i bordi e formando lunghe scie di fuoco. Era un paesaggio davvero poco ospitale, ma Elia sapeva che da qualche parte doveva trovarsi una comunità di omuncoli, ancora più minuti dei Venusiani, tutti rossi come peperoncini. Nei libri di geografia aveva visto alcune ainografie dei Mercuriani, scattate dai primi esploratori spaziali. Si diceva che fossero creature pigre, che se ne stavano tutto il giorno a prendere il sole. Per questo motivo erano così rossi.
«Priscilla, sei riuscita a trovare qualcosa con il radar?» domandò il ragazzo, azionando al massimo l’aria condizionata della navetta.
«Negativo. Muoviamoci, torniamo indietro, prima di finire arrostiti…» rispose il computer, imitando una smorfia.
«Proviamo ancora un po’, e se non troviamo niente ti prometto che torniamo indietro.»
E come succede spesso, quando si ha il coraggio di spingerci un po’ oltre senza essere troppo avventati,  Elia e Priscilla individuarono, pochi minuti dopo, uno dei villaggi dei Mercuriani.
«Eccolo! Laggiù!!!» esclamò felice il ragazzo.
«Va bene, iniziamo a scendere. Però vedi di fare alla svelta…»
Priscilla operò l’atterraggio, esattamente nel mezzo di un vasto cratere, nel quale s’innalzavano un centinaio di costruzioni piatte, sormontate da strani pannelli. Queste erano le abitazioni dei Mercuriani.
Il loro arrivo fu notato da tutta la colonia. Le creature fuoriuscirono dalle case e si portarono nei pressi dell’astronave. Priscilla spense i motori e aprì lo sportello della navetta. Una folata di aria calda investì Elia che si apprestava a scendere.
«Ciao a tutti! Il mio nome è Elia e vengo dalla Terra» esordì il ragazzo, alzando una mano in segno di saluto. Davanti a lui c’erano una cinquantina di Mercuriani, il più alto dei quali non superava i settanta centimetri. Avevano orecchi, zigomi e menti appuntiti, tanto che la loro faccia sembrava una figura geometrica un po’ stramba. La testa era piatta e completamente pelata, e la loro pelle più rossa del sugo di fragole che gocciolava dai gelati preferiti da Elia.
A proposito di gelati, pensò nel frattempo. Ci sarebbe stato proprio bene un ghiacciolo in quella situazione, oppure una granita. La tuta lo proteggeva dal calore, ma la temperatura era al limite della sopportazione. Il sole, che appariva molto più grande che dalla Terra, era vicino all’orizzonte, ma ce ne sarebbe voluto prima che tramontasse, perché un giorno su Mercurio durava quasi due mesi.
«Benvenuto terrestre!» salutarono tutti insieme i piccoletti.
Anche i Mercuriani parlavano una lingua strana, fatta di fischi e pernacchie, e anche loro, come quasi tutte le altre creature del sistema solare, erano visibili solo attraverso le ainolenti. Due omuncoli si staccarono dal gruppo e si fecero incontro al ragazzo.
«Io sono Zvez e lui è Zvoz, e ti faremo da guida» dichiarano i due piccoletti. Ovviamente era sempre Priscilla che traduceva.
«Sono anni che un terrestre non capita da queste parti. L’ultima volta che siete venuti non ci avete neanche salutato. Avete caricato un po’ di rocce sull’astronave e ve ne siete ripartiti in fretta e furia» dichiarò Zvoz, mettendo su un’espressione che a Elia apparve abbronciata.
«Mi dispiace, ma gli astronauti sono gente che ha molto da fare, e poi quassù fa un po’ troppo caldo per noi» si scusò il ragazzo, pensando anche che nei libri aveva letto cose non molto simpatiche sul conto dei Mercuriani. Invece sembravano delle personcine davvero simpatiche.
«Non preoccuparti Elia, mio fratello Zvoz è sempre un po’ polemico. Vieni a fare un giro, ti facciamo vedere il resto del paese» propose Zvez, facendo strada. Elia seguì le sue due guide, mentre gli altri tornavano ai loro affari. Ma di affari ce n’erano molto pochi su Mercurio. Infatti tutti se ne stavano beati a prendere il sole e a giocare a carte, perché ogni lavoro sul pianeta era svolto da centinaia di piccoli robot a energia solare. Sul tetto di ogni casa vi era un pannello che assorbiva luce e calore dalla stella, e tutta l’organizzazione del villaggio era seguita in maniera precisa e pulita da uno splendido disegno meccanico.
Elia si era chiesto molte volte come mai sulla Terra, nonostante esistessero macchine per fare qualsiasi cosa, la gente doveva continuare a lavorare tutti i giorni. Lo aveva chiesto al babbo, e lui aveva scosso la testa sconsolato e gli aveva risposto “Te ne sei accorto anche tu, vero?” Non era una vera risposta, ma Elia aveva capito lo stesso. Il comportamento degli uomini nascondeva più misteri che le profondità dello spazio.
Il paese si estendeva per tutta la grandezza del cratere. La gente se ne stava fuori dalle case in piccoli gruppi. Rideva, scherzava, giocava con le carte oppure con i dadi, e beveva una strana bevanda fatta di riflessi di luce e polvere di stelle.
«Noi lo chiamiamo il Nettare dell’Universo» spiegò Zvez.
«Mi piacerebbe proprio assaggiarla…» ammise Elia, «ma credo che non sia possibile.»
«Purtroppo ci troviamo su dei livelli differenti. Forse un giorno anche voi terrestri diventerete come noi, e non avrete più bisogno di quei buffi occhiali per vederci. Allora sarete anche in grado di assaggiare il Nettare dell’Universo.» Questa volta era stato Zvoz a parlare.
Nel frattempo erano arrivati vicino ai bordi del cratere. Il terreno saliva repentinamente ed Elia dovette arrampicarsi aiutandosi con le mani. La tuta gli era un po’ d’intralcio, ma riuscì comunque a conquistare il margine della cavità. Davanti a lui si stendeva adesso un immenso deserto di roccia grigia.
Poi si guardò alle spalle e osservò il villaggio dei Mercuriani, le cento e più case munite di pannelli, e l’ampia piazza centrale dove lo aspettava Priscilla.
«Ma che bel paesaggio!» esordì il ragazzo.
«Questo è il momento migliore. Volevamo che tu lo vedessi…» disse Zvez, indicando il tramonto.
Il sole immenso stava fermo appena sopra l’orizzonte. Le ombre erano lunghe e contorte. Il cielo nero ed infinito. Elia trattenne il fiato per qualche istante. Era piccolo e sapeva poco della bellezza, ma davanti a quella visione non poté fare a meno di commuoversi.
«Davvero incredibile…»
«Si, i tramonti su Mercurio sono le cose più straordinarie che abbiamo. Un sole così grande non riuscirai a vederlo da nessun’altra parte, e poi durano tantissimo, molti dei vostri giorni terrestri» affermò Zvoz.
Elia sarebbe rimasto a guardare quel sole fino alla sua totale scomparsa sotto l’orizzonte, ma faceva davvero troppo caldo, anche con la tuta isolante. Lo disse ai suoi due nuovi amici che capirono e lo riaccompagnarono immediatamente all’astronave.
«É un peccato che per colpa della temperatura non si possa conoscerci meglio. La prossima volta vieni quando è buio. La notte noi accendiamo dei grandi globi colorati sopra il villaggio e facciamo delle feste magnifiche» propose Zvez, tendendogli la mano.
Elia salutò il Mercuriano con un grande sorriso e disse: «Ti prometto che tornerò a trovarvi presto! È così bello avere dei nuovi amici…»
Da dietro all’oblò il ragazzo continuò a salutare i piccoletti dalla pelle rossa. Priscilla iniziò il conto alla rovescia per il salto-luce. Meno dieci, meno nove, meno otto… ma questa volta ripeteva i numeri molto più velocemente del solito. Non ce la faceva più, poverina. I fusibili gli si stavano sciogliendo e i transistor gli erano diventati incandescenti.
Meno quattro, meno tre, meno due, meno uno…

Tratto dal libro:

Venere

…segue dal primo capitolo…

Attraversare la densa atmosfera di Venere era come immergersi in una coppa gigantesca di panna montata. Elia doveva fare affidamento al radar di Priscilla, perché la visuale dall’oblò dell’astronave era pressoché nulla. Lei incominciava a lamentarsi, ma lui la lasciava parlare.
«Vuoi vedere che ci perdiamo… Io te lo dicevo che dovevamo saltare Venere e andare direttamente verso Marte. E poi senti che caldo che fa! Chissà come sarà Mercurio…»
Poi finalmente uscirono dalle dense nuvole del pianeta e si avviarono verso nord, dove si trovava l’altopiano di Ishtar. Laggiù si diceva che abitasse una grande comunità di Venusiani, un popolo ambiguo e riservato. Elia aveva letto diverse storie sui Venusiani, sulle loro case a forma di imbuto, sulla loro pelle violacea e i capelli neri e ritti come gli aculei dei porcospini. Era impaziente di conoscerli e magari di farci amicizia.
La superficie del pianeta, che scorreva a diversi metri sotto l’astronave, incominciò a salire. Erano arrivati all’altopiano, il più piccolo di Venere. Infatti ve n’era un altro a sud, molto più grande, e si chiamava Afrodite, come la dea greca. Appena avvistò le prime case venusiane ordinò a Priscilla di prepararsi all’atterraggio.
«Vuoi dire, all’avveneraggio?» ribatté il computer spiritoso.
«Smettila Pri!» disse lui. Poi iniziarono la discesa.
Mentre l’astronave toccava il suolo, da una serie di curiose costruzioni a forma di imbuto uscirono fuori alcune strane creature, alte come bambini, ma sottili come fili d’erba. Elia poté vederli solo attraverso gli ainocchiali, che portava sotto il casco spaziale. Gli ainocchiali, così come la macchina ainografica, rivelavano la vita in tutte le sue forme. Si deve sapere infatti che non tutti gli esseri viventi sono fatti di carne e ossa come gli uomini e gli animali della Terra. Esistono creature invisibili all’occhio umano, apparentemente inesistenti, che si muovono su altri livelli. Per poterli osservare gli uomini hanno inventato le ainolenti.
I Venusiani erano proprio come li avevano descritti i primi esploratori spaziali. Avevano l’aria buffa, la pelle porporina e degli stranissimi capelli ritti che sembravano pettinati con quintali di gelatina. Un gruppo di una ventina di elementi si era avvicinato all’astronave. Le creature si tenevano a debita distanza, un po’ intimorite dall’inaspettata visita.
«Dovrai farmi da interprete, Priscilla» disse Elia alla sua compagna di viaggio.
«Va bene. Ho il programma aggiornato con tutte le lingue del sistema solare più i dialetti.»
Elia uscì dalla cabina di pilotaggio e fece un passo sul suolo di Venere. I Venusiani non avevano bisogno di ainolenti per poterlo vedere. Questa era una cosa che aveva sempre affascinato il ragazzo. Chissà perché infatti, tutte le creature del sistema solare riuscivano a occhio nudo a vedere i terrestri, ma i terrestri invece non erano in grado di vedere gli altri. Suo padre pensava che gli uomini erano in realtà creature molto meno evolute delle altre. Guai però a dire una cosa del genere a scuola. La maestra sarebbe andata su tutte le furie, e così Elia aveva promesso al babbo che non  l’avrebbe detta a nessuno.
Un Venusiano si distaccò dal gruppo avvicinandosi a Elia. Fece un inchino e iniziò a parlare in una lingua poco udibile che aveva tante note alte inframmezzate da alcune buffe pernacchie. Priscilla registrò le parole dal microfono della tuta di Elia e le rispedì tradotte all’altoparlante dentro il casco.
«Benvenuto terrestre! Siamo molto lieti di poterti accogliere nella nostra modesta comunità. Potremo offrirti una merenda a base di gas rosso e onde gialle, ma sappiamo che voi umani preferite un altro tipo di cibo.»
«Siete molto gentili. Io mi chiamo Elia e quella è Priscilla, la mia astronave. Ero tanto curioso di incontrarvi… Ho letto molto su di voi, ma le cose dal vivo sono sempre più speciali di come le si immagina.»
Priscilla tradusse per i Venusiani e questi, dopo avere ascoltato le parole di Elia, risposero con un inchino collettivo.
«Carissimo Elia, non possiamo offrirti la merenda, ma ci farebbe molto piacere invitarti a visitare le nostre imbutazioni. Abbiamo dei giochi divertenti e delle nuove luci.»
«Nuove luci? Che significa?» domandò il piccolo Elia.
«Recentemente abbiamo scoperto un nuovo modo di illuminare le cose, e questo ci ha rivelato moltissimi colori a noi sconosciuti. È incredibile come l’universo possa riserbarci sempre delle sorprese…»
«Oh, sarei felicissimo di ammirare questi nuovi colori…»
E così Elia segui il Venusiano che aveva parlato, il cui nome sarebbe praticamente impossibile trascrivere e che quindi chiameremo Roberto, per semplificare la storia. Roberto e altri due Venusiani fecero strada verso una delle numerose imbutazioni che spuntavano dalla terra grigia del pianeta. L’entrata si apriva nella parte più stretta della costruzione e immetteva in una specie di ascensore, che saliva verso la zona più larga.
La casa era formata da una grande stanza circolare, arredata con una strana mobilia che Elia non riusciva a identificare. Vi erano cubi, sfere, cilindri, coni, parallelepipedi, alcuni gialli, alcuni rossi, altri blu. Appeso al soffitto vi era un globo lucente e scuro come la notte.
«La vedi quella?» domandò Roberto il Venusiano.
«La palla nera…» annuì Elia.
«Esattamente. Adesso l’accendiamo…»
Uno dei Venusiani attraversò la stanza per andare ad accendere l’interruttore che azionava lo strano marchingegno. Il globo incominciò a girare, all’inizio piano piano, e poi sempre più forte. Da nero divenne bianco e splendente, e malgrado girasse così vorticosamente, non emetteva alcun rumore.
«Guarda!» disse Roberto, indicando un cubo giallo che stava nel mezzo della stanza.
Elia in principio non vide niente. Il cubo rimaneva giallo, anche attraverso gli ainocchiali. Poi qualche cosa si mosse. Era la superficie del cubo oppure erano i pigmenti gialli? Che scherzo gli stavano facendo i suoi occhi?
Il cubo divenne una sfera e poi un cono. Da giallo divenne verde e a pallini rossi. Si allargò e si ristrinse. Piroettò su stesso e fece un salto. Il cubo sembrava vivo. Nel frattempo anche gli altri oggetti disseminati per la stanza avevano incominciato ad animarsi. Si erano messi a ballare tutti insieme.
«Puoi spengere adesso» disse Roberto al suo compagno. La palla nera rallentò la sua corsa e il cubo e gli altri oggetti tornarono come prima.
«Che ne pensi, terrestre?»
«Meraviglioso!»
«Sai che cosa significa?»
«No, cosa?»
«Significa che niente è come sembra e tutto è come é.»
Elia non capì quelle parole, ma si ripromise di chiedere spiegazioni al babbo, una volta tornato sulla Terra. Nel frattempo lui e i Venusiani erano usciti dall’imbutazione e si erano incamminati per le vie del villaggio. Nella piazza centrale c’era un enorme cratere in cui venivano organizzati dei giochi. Molti Venusiani erano già lì, pronti a iniziare le gare. Vi era il gioco del salto in diagonale, il lancio della meteorite, la corsa attorno al cratere, e altre divertentissime competizioni. La cosa che colpì maggiormente il piccolo Elia fu il fatto che alla fine di queste gare non era il vincitore ad essere premiato. Il premio veniva sempre estratto a sorte, e quindi tutti potevano vincere, anche quelli che erano arrivati ultimi.
Elia partecipò al lancio della meteorite, e fece del suo meglio, ma due Venusiani furono più bravi. Ciononostante il premio andò a lui, perché era stato estratto quale vincitore della gara. Si trattava di uno strano oggetto cilindrico di colore azzurro, grande poco più di un palmo e sottile come una matita.
«A cosa serve?» domandò Elia al Venusiano che glielo aveva consegnato.
«È un cilindrino. Non so a cosa possa servire, però è carino, non trovi?»
«Niente è come sembra e tutto è come é…»
«Proprio così!»
Si era fatto tardi, anche se sulla Terra non erano passati più di dieci minuti dalla sua partenza. Ma doveva rimettersi in viaggio se voleva visitare tutti i pianeti e tornare in tempo per la cena. Disse a Roberto che doveva andare via e il Venusiano, accompagnandolo all’astronave, si mostrò un po’ dispiaciuto.
«È proprio un peccato che te ne debba andare via così presto. Volevo mostrarti tante altre cose. Promettimi che tornerai a trovarci.»
«Sicuramente. Siete così gentili…»
«Davvero? Allora siamo amici!»
Elia guardò la buffa faccia del Venusiano, con quei capelli ritti in testa, e sorrise felice.
«Oh, certo. Niente mi farebbe più immensamente piacere che di diventare vostro amico.»
Prima di ripartire scattò alcune ainografie con la sua macchina. Le avrebbe appese sopra il letto in camera sua. Ritrasse Roberto e gli altri amici Venusiani, e poi con l’autoscatto ne fece una tutti insieme. Infine Elia salì sull’astronave e salutò tutti quanti attraverso l’oblò. Sarebbe sicuramente tornato a trovarli, avrebbe partecipato ad altri giochi ed esplorato più a fondo il pianeta.
«Sei pronta Priscilla a partire?»
«Tutto pronto per il salto-luce.»
«Allora… andiamo!»
Il cactus nano ancorato accanto all’indicatore gravitazionale si piegò pericolosamente all’indietro, ma il salto durò solo il tempo di un battito di ciglia, e quando fu finito riprese la sua posizione. Adesso l’astronave volava nei pressi di un piccolo pianeta fatto di roccia scura. Dietro di questo splendeva un sole immenso.
Il pianeta si chiamava Mercurio.

Tratto dal libro:

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Elia era pronto a partire.
Nella sua astronave rossa a forma di ghianda, aveva caricato tutto l’equipaggiamento necessario per affrontare il viaggio che lo aspettava: una tuta spaziale argentata, uno spazzolino da denti con dentifricio antigravitazionale, una macchina aionografica per fotografare le più bizzarre creature dello spazio, e il suo inseparabile cactus nano. Era l’unico amico rimastogli, o forse era semplicemente l’unico amico che Elia avesse mai avuto, insieme ovviamente a Priscilla, la sua astronave. In realtà Priscilla era il nome del computer di bordo, ma a Elia piaceva pensare che tutta l’astronave fosse Priscilla, anche perché nessuno strumento sarebbe mai potuto funzionare senza il  suo cervello elettronico.
Priscilla era davvero cara, ma a volte aveva un caratteraccio. Voleva sempre fare di testa sua, anche se il suo compito era quello di obbedire agli ordini del capitano della nave, che era lui.
Comunque almeno era onesta, perché si sa che i computer non sono capaci di dire le bugie. Ben diversi erano i compagni di scuola di Elia, che facevano sempre a gara ad essere i più intelligenti oppure i migliori sulla pista da corsa, servendosi dei trucchi più ignobili. E quando perdevano mettevano il muso e non parlavano per tutto il giorno. Una volta aveva chiesto a sua madre perché i suoi compagni facessero così, e lei accarezzandolo gli aveva detto che adesso non doveva pensarci, perché quando sarebbe cresciuto avrebbe capito. Così pensò che anche i suoi compagni, una volta cresciuti, avrebbero capito qualcosa. Lo disse al babbo, ma lui rispose che con molta probabilità quei bambini, una volta cresciuti, sarebbero stati ancora peggio.
Questo era uno dei motivi per il quale il piccolo Elia aveva deciso di partire. Voleva scoprire se sugli altri pianeti le persone erano diverse, e si augurava di farsi finalmente degli amici.
Tutto era pronto per il lancio. L’astronave galleggiava allegramente sui cuscinetti d’aria a venti centimetri d’altezza sopra l’erba del giardino di casa. Il babbo era a lavorare e la mamma era andata a comprare il pesce e le verdure. Sarebbe tornato il prima possibile, in tempo per la cena. Perché si sa che nello spazio il tempo assume strane forme, e nell’arco di poche ore si possono fare avventure incredibili.
Elia controllò gli strumenti e chiuse lo sportello dell’abitacolo. Una luce blu gli indicava che il serbatoio del carburante era pieno. Una luce verde segnava che la via era libera. Una luce rossa diceva che i reattori erano pronti ad eseguire il lancio.
Iniziò il conto alla rovescia. Lo scandì la voce squillante di Priscilla. Meno dieci, meno nove, meno otto, meno sette…
«Sei pronto piccolo cactus?» domandò Elia alla piantina ancorata alla plancia dell’astronave. Il cactus non rispose ma Elia pensò che era pronto. Meno due, meno uno…
«Priscilla, esegui il lancio!» ordinò il capitano.
Il computer fece una risatina e per un momento Elia temette che la sua compagna di viaggio volesse fargli uno scherzo.
«Priscilla, non mi fare arrabb…» e prima di riuscire a terminare la frase, l’astronave spiccò un salto di luce, ingoiata dall’universo in una frazione di secondo. Pochi minuti più tardi Elia riusciva già a intravedere la superficie di Venere, la sua prima tappa.
Nell’oscurità dello spazio, Elia pensò a sua madre che era andata a fare la spesa, e sperò gli comprasse quelle pizzette che gli piacevano tanto. Il suo stomaco borbottò e rimpianse di non aver fatto merenda. Era stato troppo occupato a fare i preparativi per il viaggio.
«Prepariamoci all’atterraggio, Priscilla!»
«Vorrai dire all’avveneraggio!»
«Spiritosa!»
L’astronave rossa a forma di ghianda discese lentamente verso il pianeta.

Tratto dal libro: