Capita abbastanza spesso che un odore captato per caso stimoli i nostri ricordi, riportando la mente a fatti accaduti anche molto lontano nel tempo. Basta una lieve percezione, un sapore frizzantino che si insinua nelle nostre narici per darci quella sensazione di soave malinconia che ci empie il cuore e ci offusca il cervello. I fatti della vita sono sempre legati ad un profumo in presenza del quale ci vengono richiamati tramite la nostra mente birichina, che non si perita di sapere quanto lontani essi siano e dunque se il loro ricordo possa gettarci nell’angoscia più nera per la consapevolezza dell’eccessivo scorrere del tempo. Sono proprio i dolci profumi che riportano sovente alla memoria del sottoscritto alcuni fatti accaduti durante la sua movimentata giovinezza e che, a tutt’oggi non cessano di rallegrarne lo spirito. Una fredda e grigia serata invernale mi trovavo seduto sulla mia vecchia poltrona ascoltando il ticchettio della pioggia sul tetto e riflettendo sullo scorrere repentino del tempo, quando improvvisamente le narici mi si riempirono del penetrante odore del fieno essiccato al sole. Per un istante i miei sensi vennero meno ed ebbi un lieve giramento di testa: fieno secco, immensi campi cottisotto il sole estivo, letti bagnati dal sudore di interminabili torridi pomeriggi, canicola, urla di bambini che giocano liberi, a piedi nudi su distese di erba secca sopportandone le punture sotto le piante. I bambini… credo che l’estate per i bambini sia il periodo più bello dell’anno, vuoi perché non c’è l’odiata scuola, vuoi perché gli adulti allentano i controlli e si può stare fuori a giocare fino a sera senza rischiare di essere sgridati. Ricordo sempre le lunghe estati dei miei 11-12 anni, tante esperienze fatte con gli amici, quelli il cui ricordo non svanirà mai perché complici dei momenti più felici e spensierati. Interminabili partite di calcio sul campetto polveroso del paese, a torso nudo sotto un sole cocente e con le gocce di sudore che entrano negli occhi e li fanno frizzare. Pranzi e cene consumati con l’orecchio teso a captare le voci dei compagni di ventura che vengono a chiamarti, pronti a nuove scorribande e monellerie di ogni tipo, con i capelli spettinati e gli sguardi sbarazzini. Il caldo torrido è anche l’ideale per stare spaparazzati sotto il castagno fuori dalla casa colonica del proprio migliore amico e trascorrere le ore giocando a Dungeon & Dragons, bevendo acqua gelata e, di tanto in tanto assaggiando i biscotti fatti dalla nonna. Gesù, darei tutto quello che posseggo pur di trascorrere ancora giornate come quelle, con il canto assordante delle cicale che dopo un pò non senti più perché ti ci abitui… il frusciare del vento caldo come un phon fra le rigogliose foglie verdi e, in lontananza il motore dei trattori che raccolgono le presse di fieno. A 11 anni basta davvero poco per essere felici, anche un piccolo ruscello quasi secco può trasformarsi in una lussuosa piscina dove sguazzare sghignazzando, sentendosi grandi e fieri di ciò che stiamo facendo. Proprio come dice il protagonista di un vecchio film, le discussioni che si accendono fra i ragazzini riguardano argomenti considerati di estrema importanza… prima di scoprire le ragazze: quale eroe dei cartoni è il più forte; qual’è la strategia migliore per vincere una partita a D & D e cose di questo genere… Le sere d’estate poi sono davvero il massimo, tutti in piazza, con l’asfalto che ribolle e i grilli che cercano di farsi sentire… divisi per età: da una parte i più piccoli con genitori al seguito, dall’altra i più grandicelli ed a margine gli adolescenti, tutti rigorosamente con il motorino. Piccole trasgressioni consumate all’insaputa degli adulti, seduti a frescheggiare nei giardini delle case ignari di quello che i figli combinano… il gusto delle prime sigarette fumate nascosti dietro le balle di fieno: l’eccitazione quando le metti in bocca, il batticuore appena le accendi, le vertigini dopo i primi tiri e la nausea per il resto della serata… un ricordo che accende ancora di più la nostalgia e fa venir voglia di accendersi seduta stante una cicca. Perso in questi dolci pensieri, improvvisamente mi sono svegliato sulla mia vecchia poltrona, la schiena indolenzita, le lacrime agli occhi. Ho sceso lentamente le scale della mansarda, sono entrato in camera dei miei figli e mi sono messo a contemplare il loro dolce sonno: “Vivete pienamente le vostre esperienze piccoli, l’infanzia purtroppo viene una volta sola e vi garantisco, maledettamente ve lo garantisco che la rimpiangerete per il resto dei vostri giorni, soprattutto quando, improvvisamente, si insinuerà nelle vostre narici un dolce odore di fieno!”
Massimo Mangani – Altri Lavori
Foto di Willoclick

Sogno viscere di cemento
per tremare ad ogni nuova scossa di terra,
interiora che annusano le vibrazioni nell’aria,
prima che la terra manchi sotto i piedi.
Sogno linfe che corrodono
dentro i solchi tortuosi delle immagini risapute.
Sogno di coltivarle a mani nude,
nel grigio-verde di uno stabile mimetico,
impermeabile agli eventi.
Ci sono piante che non attecchiscono in casa.
Dario De Giacomo – Altri Lavori
Foto di Diane Arbus

La vigilia di natale mi vesto di rosso, per via delle macchie…
Mi metto il cappello con le campanelle, la barba finta, con quei fastidiosi pilucchi che mi entrano in bocca e mi fanno sputare, gli stivali alti foderati di pelliccia e alle otto di mattina incomincio il giro della città. La stazione dei treni, quella degli autobus, la via dei negozi con tutte le lucine accese, il centro commerciale, la piazza della chiesa, dove mi metto a disposizione di chi vuole scattare qualche foto, e poi di nuovo a camminare per il centro storico, perché col freddo che fa non ci si può permettere di rimanere fermi.
A metà mattinata mi faccio un panino grazie agli spiccioli rimediati dai turisti. Mi siedo su una panchina un po’ riparata dal vento, facendo attenzione agli strumenti che tengo legati sotto il costume, e addento una prelibata rosetta col prosciutto, o se mi va bene con il salame ungherese, che ci vado matto. Quando mi rimetto in cammino sono già le undici e anche le volte che c’è il sole la temperatura rimane sempre poco sopra lo zero. Mi muovo in direzione del fiume, attraverso il ponte pedonale, gremito di sgambettanti ragazzini, e getto uno sguardo sotto l’argine dove nutrie e talponi hanno i loro affari. Più tardi andrò a far loro visita, quando le ombre avranno reclamato le strade della città ed il rituale avrà santificato questo inutile giorno di festa.
Dalla parte opposta del fiume la situazione è più tranquilla. Entro nella piazza dei giochi nella quale si aggirano piumini rossi e celesti. Si arrampicano sulle strutture di metallo, cavalcano le altalene e giocano a rincorrersi. Le loro piccole grida sono una musichina speciale per il mio cuore. Appena mi vedono arrivare i più piccoli mi vengono incontro. Io mi metto a suonare il campanello che mi porto appresso e auguro a tutti “Buon Natale”, fino a quando i genitori si fanno vicini per scattare qualche fotografia. C’è anche chi mi mette in braccio un bimbetto per portarsi a casa il ricordo perfetto della vigilia. Qualcuno mi allunga due euro. I più generosi mettono mano anche alla banconota da cinque. D’altra parte è natale…
Io sorrido, anche se con tutta quella barba finta nessuno se ne accorge, e ringrazio. Non che ne abbia davvero bisogno, figuriamoci. Nella vita reale mi bastano poche ore davanti al computer per tirare su 8-10 mila euro, basta conoscere bene il mercato, l’andamento dei titoli quotati in borsa e naturalmente, specie in questi ultimi tempi, è essenziale attingere alle informazioni giuste.
Ma la vigilia non è un giorno come gli altri. Non è nemmeno la realtà come la penso io. Fare il giro della città vestito da Babbo Natale è una sorta di liturgia, un’esperienza trascendentale, totalmente al di fuori della normalità. Sono ormai quindici anni che celebro così il natale, e mi piace sempre di più. Peccato che venga solo una volta all’anno…
Dopo la piazzetta me ne vado al bar a prendere un cappuccino caldo e un cornetto. Di solito il barista me li offre, perché è natale ovviamente, ed io, vestito in quella maniera, rappresento l’essenza della festa. Mi accomodo a un tavolino a leggere il giornale anche se non leggo veramente. Ho solo bisogno di riscaldarmi un po’ prima di riprendere il mio giro.
Da una strada poco frequentata ritorno verso il fiume, passo il secondo ponte (quello con le macchine) e ritorno sulla strada dei negozi. Alle due il via vai è diventato a dir poco caotico. La gente si affretta fuori e dentro le botteghe per afferrare il regalo dell’ultimo minuto. Facce tese, mamme stressate, bimbi stanchi e spesso piangenti. Vogliono di più. Vogliono sempre di più. Un regalo più grande, più bello, più importante. Genitori impotenti chinano il capo per soddisfare celermente le richieste dei loro piccoli tiranni. Ed ogni anno è sempre peggio…
Il caos è mio amico. È nel caos che l’occasione si presenta, immancabilmente. Non devo far altro che appostarmi vicino all’entrata di un negozio di giocattoli. Sono loro, i piccini, che vengono da me. Mi guardano, mi sorridono, la loro mamma sta cercando la carta di credito davanti alla cassa, con la fila dietro che le respira sul collo. Le scivola il portafoglio, le monetine rimbalzano, una donna anziana alle sue spalle sbuffa scocciata. È il momento in cui afferro la manina del piccino e lo trascino dentro la fiumana di gente in preda alla febbre del natale. A migliaia deambulano con pacchi e pacchettini, sciarpe e cappelli, i-pod negli orecchi e cosí tanti problemi in testa che diventa proprio impossibile accorgersi di un bambino che chiama la sua mamma.
Conquisto indisturbato il vicolo. Dovrebbero notarmi ma nessuno mi vede. Succede sempre così. A volte me lo auguro pure. Mi dispiace per quell’esserino, ma non è colpa mia se non interessa a nessuno, non vi pare?
Il vicolo è già buio perché è uno dei giorni più corti dell’anno e sono le quattro e mezza del pomeriggio. Dietro il cassonetto nessuno ci può disturbare. Lo guardo negli occhi, gli dico di stare calmo che tutto andrà bene, ma lui di solito continua a piangere, poverino. Allora decido di affrettarmi, estraggo da sotto il costume i miei strumenti e il sacco di plastica rivestito di juta, essenziale per il mio travestimento. Lavoro coi guanti per evitare di macchiarmi. La giacca rossa, come ho già detto, mi è d’aiuto. Un quarto d’ora dopo sono di nuovo sulla via dei negozi, un Babbo Natale provetto con tanto di sacco pieno di regali. Da qualche parte una madre urla disperata il nome di suo figlio. Io mi avvio verso il fiume. Il rituale non è ancora finito…
Devo dare da mangiare ai topi…
Jonathan Macini – Altri Lavori
Questo racconto fa parte della raccolta STORIE DI NATALE


Il miracolo vivrà in un ricordo,
nel tempo demone, nell’angelo,
poi una luce,
la cieca nebbia di una poesia,
il mattino dallo sguardo lucido del sogno.
I pensieri vestiti dei loro abiti migliori,
timidi,
non inventano un racconto né la metafora di una virtù,
si stendono tra le lenzuola di un campo immenso tra i soli giochi ed il rumore del flettersi dei suoi fiori.
Ho per te una speranza,
addestro mani per accarezzarla,
dimenticando leggera la triste sorte di ogni dolore,
dovunque vorrà esistere, in questa vita come nelle altre.
L’odore lascia tracce di mille solitudini avversarie,
i cui piedi si fermano,
sulle mie idiote parole.
Manca l’amore,
di quel molto,
che mi porta ad esplorarti,
nei miei vuoti di te.
Miriam Carnimeo – Altri Lavori
Immagine: PRIOT NALIWAJKO
La mamma li aveva lasciati nel giardino di casa a giocare; era dovuta uscire per un impegno improvviso, “Una mezz’ora, un’ora al massimo”, aveva detto, e si era raccomandata più di una volta specialmente con Teresa, la figlia più grande che aveva già nove anni, di comportarsi per bene e ad ambedue di fare il più possibile i bravi. Sandrino invece, appena rimasto da solo con la sorella, si era subito messo a correre avanti e indietro, lungo tutti i vialetti e intorno alle aiuole, saltando dai gradini della porta del retro e facendo il diavolo. Teresa lo aveva ripreso, “Ti viene la tosse”, aveva detto, ma non era riuscita a fermarlo. Quando Sandrino poi era caduto, le sue mani erano andate ad infilarsi dentro a una siepe, e per fortuna non si era neanche poi fatto male, a parte un graffietto, se non fosse stato per l’ape che ronzando sui fiori proprio in quel punto, ebbe l’idea di pungerlo su una delle sue guance morbide. La sorella lo portò subito in casa, per non far sentire gli urli ai vicini, poi cercò di curarlo, ma quando si rese conto che il viso di Sandro era gonfio e che il dolore doveva essere forte davvero, le venne da piangere anche a lei, sentendosi persa, impossibilitata a sistemare le cose. Rientrò la mamma e li trovò così, disperati, coscienti di non essere riusciti a cavarsela.
Bruno Magnolfi – Altri Lavori
Foto di Strocchi: http://www.flickr.com/photos/strocchi/
Al piccolo Giacomo piaceva la sua scimmietta di peluche, quella con le calamite sui palmi e gli occhi leggermente storti. Gliel’avevano regalata a maggio durante la gita al parco degli animali, un’occasione speciale per festeggiare il suo quarto compleanno, trascorso meravigliosamente insieme ai suoi genitori, che purtoppo vedeva solo nel weekend, o a sera tardi prima di andare a letto. Loro erano molto indaffarati; lavoro, appuntamenti, amici, palestra, tutti i giorni c’era qualcosa, e anche il sabato poteva vederli solo di sfuggita, perchè c’era la spesa da fare e poi tutte quelle cose che non avevano il tempo di sbrigare durante la settimana. Insiema a Giacomo ci stava la tata, Carmela, una donna un po’ strana con la pelle scura ma sempre gentile. La domenica invece c’era la partita; papà se ne stava in salotto davanti alla TV, a volte c’erano anche degli amici, mentre la mamma si metteva a leggere, oppure andava a fare shopping quando i negozi restavano aperti. Lui il pomeriggio rimaneva nella sua cameretta a giocare a duplo oppure con i treni, e ogni tanto si affacciava in soggiorno per chiedere un bicchiere di latte o un biscotto, con la scimmietta sempre avvolticciolata al braccio. Non la lasciava mai.
Proprio perchè poteva vederli solo di rado le giornate insieme ai suoi erano sempre delle occasioni di festa. In estate succedeva anche due volte al mese, perchè la domenica non non c’era il campionato e le giornate erano belle e fuori si stava d’incanto. Allora lo portavano ai giardini oppure al mare, e poi al ristorante dove poteva ordinare un piatto di patatine fritte tutto per lui, e al ritorno si addormentava in macchina ed era bellissimo lasciarsi cullare dalle vibrazioni dell’auto. Quelli erano i momenti in cui sentiva tanto caldo al cuore, una sensazione meravigliosa che lo lasciava tramortito. Era l’amore che provava per suo padre e sua madre. Li osservava seduto nell’oscurità della monovolume, con le luci dell’autostrada che rimbalzavano sui finestrini. Si perdeva nel profilo aguzzo di lui, concentrato alla guida, gli occhiali con la montatura fine, il ciuffo appena striato di grigio che gli ricadeva sulla tempia destra. E poi accanto c’era lei, bellissima con la sua chioma dorata dalla quale spuntava un orecchio perfetto, soffice come un marshmallow. Oh, come amava i suoi genitori. Avrebbe voluto stare sempre insieme a loro, sera e mattina. Ma c’era l’asilo e poi tra poco sarebbe iniziata la scuola. Il padre aveva appena ricevuto una promozione e quindi il lavoro sarebbe aumentato, e la madre aveva intenzione di scrivere un libro e quindi avrebbe avuto ancora meno tempo da dedicare a lui. Di sicuro però ci sarebbero state altre giornate come quella al parco degli animali, per il suo compleanno e poi per le feste di natale, oppure in agosto quando tutti vanno in ferie.
Il pensiero di quelle prossime avventure lo cullò insieme alla musica di sottofondo dell’autoradio. Il piccolo Giacomo, col calore confortante all’altezza del petto, si lasciò andare al sonno di un amore limpido ed incondizionato.
Ore dopo, davanti ai volti stravolti dei suoi genitori, il medico disse che il suo cuoricino aveva semplicemente cessato di battere.
GM Willo – Altri Lavori
Immagine di Willoclick
QUESTO RACCONTO FA PARTE DELLA RACCOLTA “LA VEGLIA DEI GIGANTI” SCARICABILE GRATUITAMENTE A QUESTA PAGINA
Ecco qui i 14 profili di Giulia Ricco’ che accompagnano gli altrettanti quadri di Antonio Conte per la mostra che si sta tenendo in questi giorni nel comune di Pennadomo (Ch).

MARCO
Era estremamente solare come persona. Amava la vita e amava divertirsi. Amava l’estate e adorava tuffarsi in acque profonde.
Quel giorno il sole era particolarmente splendente, e l’acqua della piscina era cristallina. Era molto presto perciò non si domandò come mai non ci fosse nessuno. Stese l’asciugamano al bordo della piscina e si tuffò tappandosi il naso.
Improvvisamente l’acqua si fece torbida. Il tempo si fermò. Dal nulla sbucò un essere mostruoso. Aveva forma umana ma non poteva certo definirsi tale. La testa era deforme e non aveva viso. Niente occhi né bocca né altro. Strisciò come un serpente nell’acqua fino a lui e piazzò il suo cranio davanti alla sua faccia. La testa dell’essere divenne come uno specchio che rifletteva il suo volto. Si sentì risucchiare tutta la felicità, si sentì morire lentamente. L’aria cominciò a mancare. Con uno sforzo immane urlò e allungò una mano riuscendo ad allontanarlo.
Si svegliò madido di sudore ancora urlante. La sveglia segnava le sei.
Guardò la borsa per la piscina pronta ai piedi del letto. Con un brivido si rimise sotto le coperte: per oggi niente piscina!

EMANUEL
Fissava un punto all’orizzonte.
Clic.
La macchina scattò la fotografia.
“Perfetto” pensò guardando l’anteprima sul piccolo schermo della macchina fotografica.
Aveva calcolato tutto alla perfezione: le ombre, il bianco e nero, la posizione, il taglio della foto.
Tutto perfettamente calibrato. L’arte della fotografia è una scienza esatta, cattura un momento e lo intrappola.
Si guardò attentamente nell’immagine. Non si riconosceva mai nelle foto che lo ritraevano, sarà perché le fotografie catturano l’anima delle persone. Almeno così dicevano alcuni.
L’espressione era venuta malinconica.
Forse è vero allora che catturano l’animo umano.
Spostò lo sguardo su un’altra foto incorniciata sulla scrivania.
“Sara.Mi sei venuta in mente proprio mentre scattava la foto…”
Deve essere proprio vero che le foto intrappolano l’animo umano. continua a leggere…
Nel buio nebbioso che si alza tra queste pietre antiche distinguo la sua forma di donna: rannicchiata all’angolo del letto dorme e sorride. La guardo. Un lampo sibila nel volo dei corvi e la sveglia. Mi sorride ancora. Il suo sapore affiora ovunque, deglutisco forte annusando la sua intimità a fior di pelle. E’ notte alta.
Spiegamelo ora questo tempo che si ferma, il piccolo punto che diventa il perno di una ruota girando lentamente, mentre la tua pelle incontra i pensieri; abbandono devoto nelle tue mani, presente che ride di inganni, future parole. Ora sono sola tra i tuoi denti – mi dice.
Per me è strano! Le mie parole si sfaldano tutte sulla superficie liscia delle sue cosce. Mi infrango contro di lei, e un’onda di calore mi risucchia dentro sommergendo i pensieri, sento il morso delle viscere che si piegano come burro fuso lungo la linea sinuosa dei suoi fianchi. Il morso che spezza unisce i corpi in un bacio denti a denti, un ghigno di gioco che si fa sbranare per amore. Non piove ancora, ma l’aria e’ gonfia. Il temporale lontano dietro le montagne, distante da noi.
Ho conosciuto silenzi distanti un giorno di cammino eppure la donna era là vicina, ora con te io raggiungo velocemente il cuore, al centro del letto, nel piccolo punto che diventa il perno. Sei una bambina che si muove già grande. Ti muovi dentro la mia mente, a tuo agio, assecondando il ritmo del mio corpo. Con un rapido gesto della nuca scopro il tuo collo sotto la massa nera dei capelli. Sfioro il mio sesso con le mani.
Tu sai che i sapori non sono acerbi, come il tempo che ci dà ragione non è un gioco nè un desiderio, ma un sogno che trasporta un sapore sincero, chiaro.
Mi accarezzi, rassicurandomi: Sono sveglia ed ho il tuo sorriso. Come io che guardo e penso, sciogliendomi nel pudore e nell’estremo confine.
Rizzi tutto intero il mio desiderio e nello stesso istante il cuore, con un solo gesto rapido e l’espressione di un’intensa voluttà bastarda. Sussurri ancora, mentre le finestre volano in pezzi dentro il rombo di un tuono, mi parli di noi: Eccomi qui, finalmente, le tue mani piccole che accarezzano le tempie. Sarò per te un libro bianco, una storia che desidero scrivere. La pagina bianca come volto sorridente, la tua mano trattenuta all’ombra di una sola parola, scoppiami dentro, senza mai aver iniziato, senza conoscere il finire.
Sono scoperto alle tue parole, completamente nudo, il cuore nudo in pasto ai tuoi morsi sul collo. Segnami qui. Insegnami l’amore, segnando il confine del desiderio con i tuoi denti sulla mia pelle.
Le nostre lenzuola fresche di bucato non sanno di fretta, non rotolano in terra presto dimenticate e affidate ad altri corpi.
Le uniamo un lembo alla volta per fuggire insieme da questa prigione di carne che alla fine ci libera dentro di noi. Il temporale che si avvicina sembra darci la voce. Mi chiami, giochi, ti dimentichi di me per finta, poi ti giri e mi abbracci senza respiro. Non ho piu’ bisogno del mio respiro. Io e te siamo Uno. Respiro dentro di te, nel tuo seno, nel tuo corpo, nel tuo fiato che sa di baci nudi e sigarette. Mi indichi un punto lontano nel cielo e un punto vicino sul pavimento, dove rotolare sotto la luna, in tondo nel cerchio della luna. Canti nel buio mentre mi tocchi: la luna ferma tutto il tempo che ci resta e poi all’improvviso le pazzie, i sogni ad occhi aperti, quel profumo che ci inebria, libera verità che ci fa grandi, nessuno spettro infelice che si affaccia al rogo, poi sul tuo ventre il mio capo a sentire i suoi battiti, uscirai con me.
Ora ti ricordi di me. Mi hai riconosciuto a pelle e solo dopo hai pensato di avermi riconosciuto. Ma la tua pelle non mentiva. Ora vuoi che scriva col tuo sapore. Intingo la mia lingua e scrivo versi sciocchi sulle tue labbra, desiderando che la luna non fugga, che il giorno diventi ancora ogni giorno il nostro unico testimone di luce.
Ti vedo risplendere nei cerchi di luce: ora io ti inseguo, ma poi non fuggirò, disegnerò ciò che l’anima vuole tra il profumo di ginestre ed il sorgere dell’alba come una donna. Occhi intenti, tra innocenti sapori e lamenti, ispireranno il canto, le mani strette ed i giorni senza rimpianto.
Solo ora scopro un giardino segreto che stilla profumi carnosi e inebrianti che danno alla testa. Voglio perdermi dentro di te. Dimenticare tutto, ricordandomi solo di te. Mi abbandono al battere e levare della tua schiena, che si gonfia e si distende per seguire il piacere. Sono ancora adolescente quando mi distendo accanto al tuo sapore vagamente speziato, che mi racconta di mare grosso in tempesta e di sale e di spazi infiniti negli occhi scuri.
Ti domino dall’alto di un letto basso che si mette in viaggio verso il tuo corpo e tu mi lasci fare. Poi ti ritrovo come un’isola in alto mare e tu senza pericolo mi accogli, salendo dentro di me per inchiodarmi a questo momento.
Voglia d’amore disperata, non si rassegna, dove il sentimento appare. Ti agiti chiudendo gli occhi per imparare finalmente a tacere. Io torno da te non solo come antico vissuto, ma come giusta porzione nel confondersi delle espressioni. Sarò la prima via – dici – per regalarti di quest’amore il profumo e una lanterna per seguirti nell’ovunque.
Scoppiami dentro ora, come temporale che rasserena l’aria viziata dalle nostre stanchezze: spossatezza di corpi antichi che ora svaniscono nell’aria; statuine di creta deformi che il loro artefice ha bruciato. Noi costruiamo la nostra nuova forma, ed è perfetta in Uno. Col dito la seguiamo e la inseguiamo. Trovo il tuo cuore forte e vigoroso e là mi sciolgo liquido dentro di te, superando ogni resistenza che ancora si attardava dentro i miei muscoli. Tu lo senti che ora cedo, ridi, sai che combaceremo ancora mille volte stanotte e domani e fino a quando le stelle ci indicheranno la strada della prima via.
Sarà l’unica che percorreremo, confondendo le tracce sotto i nostri piedi. Tu me l’hai indicata prima quando giocavi con le dita nell’ombra indicando la luna. Polvere d’argento e pulviscolo azzurrino sotto il baldacchino giallo complice del nostro amore.
Raccogli una pesca e me la porti alla labbra, qui a due passi dal diluvio, dopo averla addentata. Chi si attarderebbe ora sui frammenti di vita se possedesse un’intera pesca da portare alle labbra, succhiando maliziosamente le sue dita?
Scoppia il diluvio ora, fragoroso, e tu scoppiami dentro, confondendo il tuo respiro con il mio nella tempesta.
Miriam Carnimeo e Dario De Giacomo
Non i freddi fili d’acciaio
Che strappano quarti di cielo
Non sono quelle
Le connessioni di cui parlo…
Non le correnti d’onde
Alle quali si aggrappano
Miliardi di parole
E rimbalzando sui satelliti
Tornano indietro
In un gioco di distanze
Mai lontane…
Non la tecnologia
Non la scienza
Non la modernita’…
Un piccione viaggiatore
Puo’ bastare…
Ma le vere connessioni sono le spinte
Gli intenti che si celano
Dietro la mano
Che lega il messaggio alla zampa dell’uccello
Che afferra la cornetta del telefono
Che batte sicura su quei dannati tasti…
Sono solo quelle
Le connessioni del cuore.
Parole ed immagine di Frost – Altri Lavori
PREVIOUSLY ON LIMBO…
Jade degli Arceri Rossi è un Keeper, protettore degli oggetti sacri di Seidon. Insiema a Misar e il gigante Yumo, si reca presso la Gilda di Nicon, dove conosce il giovane Tzadik…
…nel frattempo il mago Rivier e il suo apprendista Mylo vengono catturati dai Testimoni di Seidon, fanatici religiosi pronti a muovere battaglia contro gli eretici della Gilda di Nicon. Una volta che i due prigionieri sono condotti al cospetto del primo ministro Tawares, vengono misteriosamente rilasciati…
…segretamente i due maghi fuggono dall’accampamento per andare ad avvertire Nicon dell’imminente battaglia. Una volta giunti presso la gilda irrompono nella tenda nella quale Nicon e il gruppo di Jade discutono animatamente. Pochi istanti più tardi la ragazza viene colta da un malore…
…Jade è caduta in sonno magico propiziato da Sawar, che la cerca disperatamente manovrando la sua Torre Galleggiante e seminando distruzione in tutte le terre di Limbo. L’elenty Rivier, con l’aiuto della magia, riesce a riportare l’anima della Keeper nel suo corpo. Poi la gilda si mette in movimento, preparandosi alla battaglia contro i Testimoni…
…lo scontro tra i Testimoni di Seidon e la Gilda di Nicon esplode inevitabilmente sulle pianure del vespro. Il risultato della battaglia e’ incerto quando la torre galleggiante di Sawar irrompe sul luogo dello scontro.
CAPITOLO 12
La notte improvvisa
La Torre Galleggiante sovrastava il campo di battaglia, con le sue rocce appuntite, i bassi torrioni merlati e il grande bastione centrale. Dalla finestra più alta un uomo guardava estasiato le scene di violenza che prendevano luogo più sotto. Esseri deformi fatti di pietra e gesso azzannavano e stritolavano gli Arcon dei due schieramenti, che nella peggiore delle ipotesi si erano uniti per combattere il nemico comune. I Testimoni cadevano di fianco ai cavalieri della Gilda, fratelli di spada davanti alla follia omicida dell’Elenty corrotto.
Davinia si stringeva al suo amante e guardava oltre il mare di corpi maciullati. Avvertì l’eccitazione del suo compagno e avrebbe voluto approfittarne, ma in quei momenti Sawar non voleva essere assolutamente disturbato. Rimase vicino a lui, stringendosi ancora più addosso, accarezzandolo nelle parti intime. L’avrebbe avuto più tardi, quando tutto si sarebbe concluso e le urla sarebbero cessate. continua a leggere…
























