LA MIA PERPLESSITÀ SULLE PARABOLE DI ENRICO

Trovai Enrico a fumare sigarette su una panchina del parco, con il culo poggiato sullo schienale di ferro e le sue lunghe fette calzate da espradillas puntellate su dove siedono di solito gli umani. Col sole in faccia e gli occhi fessurati, sbirciava i giardinieri impegnati in seri lavori di fioricultura. Nell’aria il rumore della motosega era così imperante da farti desiderare di trovarti in mezzo al traffico, piuttosto che nell’unico ritaglio di verde della città. Presi posto accanto a lui senza dire niente; accesi la mia cicca e attesi, perché sapevo che doveva parlarmi e ci sarebbero voluti alcuni minuti per rompere il ghiaccio. Con Enrico era sempre così…
– Allora?
– Allora son cazzi… – rispose lui, lo sguardo sempre fisso sugli operai con i rastrelli in mano.
– Davvero?
Non c’era bisogno di aggiungere molto. La storia la conoscevo già, ed era una storia come tante altre, fatta di parole vuote e promesse di polistirolo. Gioia ed Enrico si erano conosciuti all’università, lei si era laureata e lui invece aveva mollato al secondo anno, ma la relazione era andata avanti perché, a quanto dicevano tutti, era una di quelle serie. C’erano stati dei contraccolpi, come succede un po’ a tutte le coppie, ma dopo otto anni nessuno avrebbe pensato che la cosa potesse finire così, da un giorno a un altro, e a meno di due mesi dal matrimonio. Era stata lei a far saltare tutto, almeno questo affermava lui, mentre le amiche di Gioia dicevano che la colpa era di Enrico, perché non le dava l’attenzione che si meritava. A me non interessavano le ragioni della loro separazione, e tanto meno mi premeva dare la colpa a qualcuno. A me importava sapere come stava il mio amico, che tre giorni prima avevo raccattato fuori dal bar con mezza bottiglia di J&B nello stomaco e un occhio nero, regalo di Mario detto “Massiccio”, un tipo dal quale è bene tenersi alla larga. Ma quella sera Enrico avrebbe fatto a botte anche con l’uomo roccia dei Fantastici Quattro, tant’era la rabbia che covava dentro.
Vederlo sulla panchina, con l’ecchimosi che si andava riassorbendo e il cicchino all’angolo della bocca, mi dette speranza. Piano piano sarebbe tornato quello di prima…
– La sai la storia dell’albero e del boscaiolo? – mi domandò ad un tratto, indicando distrattamente un giardiniere in procinto di abbattere una magnolia mezza morta. Preso di sorpresa, scossi la testa manifestando tutta la mia perplessità.
– La parabola dell’albero e dell’amore, non la sai? – insistette lui.
– No – risposi io, alzando le spalle.
– Beh, io le storie non le so raccontare, ma il senso è più o meno questo; l’albero non decide a chi concedere il refrigerio della sua ombra, se al più o al meno meritevole. Nella più torrida delle giornate, l’albero getta la sua ombra persino al boscaiolo che lo sta abbattendo a colpi d’ascia, alleviando così le sue fatiche…
In quell’istante il rumore assillante della motosega tornò a fremere nell’aria. Attesi che si acquietasse per farmi spiegare la storia.
– E allora? – chiesi.
– E allora cosa?
– Che vorrebbe dire?
– Come “che vorrebbe dire?” È il sommo principio del vero amore… Vedi, l’amore dell’albero è puro, incontaminato, incondizionato. È per questo motivo che getta l’ombra anche su colui che lo abbatte…
Rimasi in silenzio per almeno un minuto a rimuginare su quelle parole. Certo, avevano un significato potente, illuminante, ma sembravano un po’ troppo passive per i miei gusti.
– Dai Enrico, fatti poche seghe mentali. Gioia è una stronza, tutto qui. Non ci pensare e andiamo a farci una birra… – conclusi io, dandogli una pacca sulla schiena. Lui mi fulminò con lo sguardo, ma poi si addolcì e si mise a ridere.
– Però offri te! – disse.
E come avrei potuto tirarmi indietro?

GM Willo – Altri Lavori

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