SEBASTIAN CLAW: La Sacerdotessa


Maria Luise Demond, conosciuta anche con il nome di Snake Charmer, alta sacerdotessa del tempio. Non che incantasse per davvero i serpenti, anche se forse per un po’ è riuscita ad incantare me. Solo per un po’…
L’ho conosciuta un mese fa alla casa di riposo Greendale House, nella periferia di Boston. Ricoveri e orfanotrofi sono i posti ideali per rifornirsi di carne sacrificabile a costi limitati. Gli inservienti si lasciano corrompere facilmente, e poi se scompare un vecchio oppure un orfano ormai non importa più a nessuno. Neanche i giornali ci stanno più dietro, con il crimine organizzato che dilaga in tutto il paese. Certo, per i bambini si fanno prezzi diversi, ma i sacrifici di carne immacolata sono rari, rituali riservati alle alte cariche. Per santificare le loro vomitevoli messe basta una vecchia carcassa.
Io ero lì e sapevo bene come andavano quelle cose. Per tre giorni ho bazzicato quell’edificio, un posticino delizioso immerso nel verde, una struttura moderna e ben accessoriata, che prometteva ai suoi inquilini una fine facile e decorosa.  Vi abitavano una sessantina di anziani, la maggior parte dei quali ricordava poco o nulla della vita lasciata fuori da quelle mura. Ma c’era anche chi non la smetteva mai di parlare della propria infanzia, come se fosse appena trascorsa. La mente di un uomo è come una  macchina difettosa! Se esistesse un dio, dovremo farci risarcire.
Greendale House è un mondo fuori dal mondo, una realtà fatta di brusii insensati, medicine e odori pungenti. Un pascolo di carne umana a basso costo. Mi sono finto il legale della signora Thomson, una simpatica vecchietta che ricordava a malapena il suo nome, Elvira. In realtà non dovevo fingere un bel niente. In un’altra vita e in un altro tempo sono stato uno dei tanti avvocati della Città degli Avvocati; Randy Coleman era il mio nome. Di sicuro non un esempio eccelso, ma durante i dieci anni e passa di attività sono riuscito a togliermi qualche bella soddisfazione. Il caso Newman, ad esempio. Quel bastardo se l’era vista davvero brutta. La sedia elettrica non gliela avrebbe tolta nessuno, se non avessi portato all’ultimo appello quel testimone chiave. Com’è che si chiamava? John qualcosa. Il figlio di puttana la sapeva lunga, e alla fine ha parlato. Sicuro che ha parlato…
Comunque, ormai è acqua passata. Come ho detto più di una volta, quella era una altra vita. Adesso esiste solo il signor Claw e il suo fedele fucile a canne mozze.
Maria Luise faceva finta come me. L’ho inquadrata subito. Il suo fare gentile, la spigliatezza un po’ troppo ostentata con i medici, lo zelante interesse per miss Rogue, la donnina sulla sedia a rotelle della quale si fingeva la nipote. Niente di tutto ciò mi è sfuggito. Era bella, ma di una bellezza blasfema. Non so in che altro modo descriverla. Occhi profondi, due pozzi che sembravano risucchiare la luce. Capelli neri, pettinati alla moda, e una bocca rossa come i gerani che adornavano le terrazze del ricovero.
Il terzo giorno la invitai a bere un tè in città. Lei accettò, ed incominciò così. Avrei potuto ucciderla quella notte stessa. Non avevo bisogno di prove per sapere chi era e cosa faceva. Mi era bastato uno sguardo per capirla. Nei suoi occhi dimorava l’assurdità del dio idiota. Azathot viene chiamano, il dimoratore del nulla. Per poco non mi ero perduto in quel suo subdolo gioco, fatto di parole dolci, di baci carnosi, un desiderio incontenibile che inghiotte il libero arbitrio.
Ma prendere solo la sua vita sarebbe stata una magra consolazione. Volevo accedere al tempio, eliminare i suoi discepoli, dare alle fiamme i luoghi appestati dalla sua insulsa religione. Così giocai il suo gioco, ma mi tenni da parte l’asso vincente.
Facevamo l’amore in un motel del centro. Ormai Boston era diventata la mia nuova casa. Il caos della grande città aiutava a distrarmi. Per un po’ mi è piaciuta, non lo nego, ma a cosa fatta non vedevo l’ora di tornarmene a Providence.
Il sesso con lei confermò i miei sospetti. Il modo in cui cercava il piacere, il muoversi silenzioso sopra di me, gli occhi spalancati nel momento catartico, colmi di una alienità disarmante, ed un sorriso famelico che metteva i brividi. Il ricordo del suo corpo perfetto nella penombra di quella camera d’albergo, la finestra aperta ed i suoni della città sotto di noi, lei che camminava sinuosa verso la toilette… immagini che continuano piacevolmente a tormentarmi. Afferrai la borsetta e… bingo! Conteneva una copia del Necronomicon, versione inglese di John Dee, rilegata pregevolmente a mano. La prova che confermava tutte le mie intuizioni. Tra le pagine pergamenate piene di simboli arcani e parole all’apparenza insensate, estrassi un biglietto. Indicava la data ed il luogo dove si sarebbe tenuta la prossima messa. Era l’invito che cercavo.
Le fiamme divorarono completamente quel magazzino del porto. Per la polizia è risultato impossibile identificare le decine di corpi carbonizzati recuperati al suo interno. I giornali hanno parlato di clandestini cinesi, di un paio di casse di tabacco secco andate a fuoco, di un tragico incidente. Gli agenti non hanno mai rivelato alla stampa la storia di Maria Luise, trovata riversa in una pozza di sangue a un centinaio di metri dal magazzino, perforata da due proiettili di shotgun esplosi a distanza ravvicinata.
Mentre la guardavo correre verso di me, allontanandosi dal fuoco che s’innalzava in alte fiamme alle sue spalle, accendendo la notte del porto, sono riuscito a scorgere per un istante il suo vero volto. Nei suoi occhi ho letto disperazione, incredulità, paura. È stato un attimo, ma non mi sono lasciato ingannare. La pietà è un sentimento che non mi appartiene più.
Addio Maria Luise. Aspettami all’inferno. Vedrai, non tarderò!

Jonathan Macini

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