STILETTO (Die Geschichte von S)

Uno straordinario racconto erotico di Morgendurf pieno di passione e di malizia.

Seduta sul lettino, nel giardino di casa, guardava i propri piedi nudi accarezzare l’erba soffice, morbida ed umida. Le sensazioni che ne riceveva erano seducenti, anche se avrebbe preferito sentirli stretti ed avvolti in un paio di décolleté di vernice. Come quelle che aveva indossato quella volta.
Da giorni si stava chiedendo come fosse finita in quella storia. Entrata, scivolata, catapultata. Nulla accade per caso, nulla avviene perché non lo si voglia. Più e più volte si era ripromessa che non ci sarebbe più ricascata, per tutte le volte che ne aveva sofferto fino a starci male, fino a farsi del male, procurandosi quel dolore fisico, a lei utile, per lei indimenticabile, un monito a non offrire più né a donare ancora se stessa, nella sua totalità, ad un uomo. Invece si preparava accuratamente e piena di entusiasmo per ogni appuntamento, per qualsiasi incontro, per lui.
La precisione e la cura che vi dedicava, l’euforia che accompagnava ogni suo pensiero, tramutandolo poi in azione, si mescolavano a mille dubbi e ripensamenti, dettati dal fatto che lei, per l’ennesima volta, era la seconda nella vita di qualcuno. Quella con cui trasgredire, lasciandosi andare a tutte quelle fantasie celate ai più, quella da nascondere e da tenere nascosta all’ufficialità – fidanzata, compagna, convivente o moglie che fosse, amici, parenti, persino vicini di casa -, con cui giocare e divertirsi. Niente di più. Null’altro.
Quante volte si era sentita dire, dopo un incontro frettoloso e scandito dall’orologio, da telefonate o da sms ricevuti dal suo partner, dopo un appuntamento fissato da tempo e poi disatteso da controparte, frasi come: “Io non me la sento di togliere qualcosa a lei”, oppure una delle tante giustificazioni “Mia madre si è sentita male e sono dovuto accorrere da lei”, “Il capo ha indetto una riunione all’ultimo momento e devo presenziare”, “Non posso, non so come giustificare una mia assenza serale in casa”.
Scuse, cui faceva finta di credere. Stilettate, apparentemente piccole, ma che entravano dentro. Sapeva benissimo che derivavano anche da ripensamenti dell’ultima ora, da una sorta di conflitto dell’Io tra parti oneste e parti disoneste, da una scissione presente e mai risolta, da operazioni difensive, messe in atto per disconoscere sia la realtà interna sia quella esterna, mettendo in sacco, ed in scacco, la verità. Rispondeva, in maniera che poteva sembrare del tutto arrendevole, mascherando qualsiasi perplessità, con un: “Pazienza, non ti preoccupare, sarà per la prossima volta”; ma, in cuor suo, sapeva perfettamente che una prossima volta non ci sarebbe mai stata. Stilettate.
A tutto questo pensava anche quel giorno, nel solito bar, dopo aver girovagato per un po’ in una città frenetica, attendendo di vederlo. Un incontro che avrebbe potuto durare anche solo pochi minuti, giusto il tempo per un caffè o un aperitivo sorseggiato in piedi, al banco. Le riecheggiavano in testa le sue parole, di qualche giorno prima: “Non voglio più farlo al park, lo trovo squallido”. Stilettata.
Squallido il fatto che lui non avesse alcun posto da offrirle, se non la sua auto, il parcheggio ove giornalmente la posteggiava, o la solita strada isolata, immersa nella campagna circostante. Sudicio il fatto che non avesse pensato ad un’alternativa degna della casa di lei, che gli era stata aperta. Scortese il fatto che non approfittasse dell’assenza della lei ufficiale per offrirle accoglienza. Sleale il fatto che non si fosse mai adoperato per trovare per una valida soluzione alternativa, sicura, comoda e degna di lei e per lei. Stilettate.
Come quel giorno: nel parcheggio dove lui l’aveva presa per provare – era la prima volta per lui – l’ebbrezza del rischio, incuriosito da un racconto di un’esperienza simile da lei vissuta anni prima, l’aveva apostrofata con: “Sei una zoccola”. Stilettata.
Era arrivata con qualche minuto d’anticipo, com’era solita fare; si sedette al tavolino posto all’angolo estremo rispetto all’ingresso, aveva iniziato a bere il solito tè. Per ingannare l’attesa si mise a leggere uno dei quotidiani a disposizione del locale. Lui arrivò da lì a pochi minuti, ordinò un caffè nonostante l’orario fosse più consono per un aperitivo, chiacchierarono del più e del meno sull’andamento delle rispettive giornate. Le propose di seguirlo al parcheggio, per proseguire la chiacchierata in maniera più tranquilla e lontano da occhi indiscreti; pagò e si avviarono. Lei sapeva che non vi sarebbe stata alcuna conversazione verbale, ma solo fisica, corporale, sensuale. Dal modo in cui lui l’aveva guardata mentre erano rimasti al bar, per come le aveva sfiorato liberamente i piedi e le mani, per come i suoi occhi si erano soffermati sulle décolleté di vernice, sui tacchi a spillo, aveva capito che l’eccitazione gli aveva impadronito la mente, si stava muovendo all’interno dei boxer, tendendo in maniera evidente ed imbarazzante la stoffa dei calzoni.
Entrarono nell’ascensore, durante il tempo necessario a scendere i quattro piani stettero uno di fronte all’altra, appoggiati alle pareti metalliche, guardandosi in silenzio. Una volta arrivati al posteggio 35D, lui la attirò a sé, baciandola e premendole il ventre contro il suo. L’erezione era esplicita e tangibile. La afferrò per mano e la condusse dietro l’auto parcheggiata, tenendola stretta. Rimasero in piedi, continuò a baciarla, afferrandole i capelli in maniera forte e decisa, mentre una mano si insinuava sotto la gonna. Non indossava alcun indumento intimo, come le aveva ordinato di fare ogni qualvolta si fossero incontrati in pubblico. Le accarezzò il pube perfettamente depilato, all’infuori di quella centrale e sottile linea che conduceva al sito del piacere. Le dita scesero lentamente, percorrendola tutta, fino ad arrivare al bocciolo che si ergeva, voglioso ed impertinente, tra le labbra. Conosceva le sue speranze ed aspettative, che lui indugiasse un po’ su di esso, ma lo ignorò, volutamente, come intenzionalmente tralasciò di assecondare i suoi desideri. La mano continuò la sua discesa, fino a fermarsi all’ingresso della languida fessura, la sua seconda bocca. Si accorse che lei era bagnata, e questo elemento aumentò la sua eccitazione. Si mise le dita in bocca, per assaggiare i suoi umori.
“Questo è il tuo sapore, mi piace il tuo sapore”, le disse, continuando ad affondare la lingua nella sua bocca, come fosse il suo pene. Una mano iniziò a giocare col suo clitoride, a disegnare dei cerchi attorno ad esso, accarezzandolo e pizzicandolo fino a farlo diventare caldo, rosso e turgido. Infilò due dita nella sua vagina: era morbida, ardente, stillante desiderio, il rifugio preferito del suo membro. L’altra mano pizzicava i suoi capezzoli, procurandole quel dolore che a lei piaceva, che lo eccitava.
“Che cosa vuoi fare? Vuoi farmi venire? Qui? Adesso?”, gli chiese con un filo di voce, accompagnato da un alito caldo.
“Sì, voglio che tu goda qui, ma prima di farlo devi chiedermi il permesso, e mentre vieni voglio che tu me lo dica, me lo devi urlare.”
Attorno a loro i rumori dei motori delle auto che arrivavano e se ne andavano, lo stridio delle gomme sul pavimento liscio, di portiere aperte e richiuse, di passi che si avvicinavano e che si allontanavano. Una colonna sonora che avrebbe potuto rappresentare un problema per lui; tutti lo conoscevano, e lui conosceva tutti, se qualcuno lo avesse visto lì, in quel momento, in quella situazione, in compagnia dell’ufficiosità sarebbe emerso tutto il suo squallore. Forse, anzi sicuramente, sarebbe diventato oggetto di gossip, la cui eco avrebbe potuto raggiungere anche le mura domestiche. Quella circostanza, quella evenienza, quella possibilità lo preoccupava e lo infiammava al tempo stesso, la temeva e contestualmente la desiderava, sommandosi all’eccitazione che ormai gli aveva invaso ogni parte del suo corpo.
Continuò a toccarla come gli piaceva fare, percepiva dai suoi spasmi, dall’intensità del respiro che lei, da lì a poco, gli avrebbe posto la fatidica domanda, ed avrebbe iniziato a gridare, una volta ottenuto il suo consenso. E così avvenne, mentre fremiti attraversavano il suo corpo che si ergeva tremante sugli alti tacchi a stiletto. Un’ultima esplorazione tra le sue grandi labbra, le dita a controllare il livello della bollente umidità che da lì a poco lo avrebbe ospitato. Con un movimento deciso la girò, la fece posizionare col busto steso sul cofano dell’auto, una gamba alzata, appoggiata su di esso, la gonna alzata a lasciarle scoperti i glutei ed i fianchi. Quella visione lo eccitava ancor di più. Quante volte aveva visto quella scena in uno dei tanti film che aveva noleggiato, o in uno dei numerosi siti per adulti che frequentava ed a cui era iscritto. Ed ora la finzione era diventata realtà, per la seconda volta. Il suo fallo si appoggiò tra le natiche, indugiò per un attimo all’ingresso di quell’apertura che era ancora integra, che avrebbe voluto esplorare, essere il primo a violare quella verginità. Invece scese, tenendola stretta per i fianchi entrò con un colpo deciso, circondato dalle pareti calde, umide e pulsanti della sua vagina. Iniziò a muoversi dentro di lei, con colpi sempre più accelerati, con una mano le afferrò i capelli costringendola a girare la testa, si abbassò scopandole la bocca con la sua lingua, seguendo il ritmo che il suo pene stava impartendo più sotto.
“Non so quanto resisterò, non riesco a controllarmi.”
“Vieni quando vuoi, io sono pronta per te.”
Il suo membro divenne durissimo, lei sporse il bacino verso di lui per farlo entrare più a fondo, muovendolo per avvolgerlo al meglio, accompagnando il tutto contraendo e rilasciando i muscoli pelvici, la gamba ancor più alzata per lasciargli ampio margine di manovra, il tacco appoggiato sul paraurti a far da perno. Lui continuava a penetrarla con forza, con una voglia animalesca che, fino ad allora, gli era sconosciuta, il desiderio di possederla invadeva ogni cellula del suo essere. Lui esplose tutta la sua libidine, la riempì con fiotti caldi e pulsanti, malfermo sulle gambe che davano segni di spossatezza, mentre lei continuò a contrarsi quasi volesse succhiarlo, come se al posto della vagina ci fosse la sua bocca. Si accasciò sopra di lei, petto contro schiena.
“Girati, voglio baciarti”, un bacio lungo e tenero, svuotato della carica erotica di prima, ma altrettanto piacevole, forse ancora di più. Fu costretto ad uscire da lei, non poteva indugiare oltre, non poteva trattenersi oltre il consentito, l’ufficialità lo stava attendendo a casa. Si ricomposero, cercando di nascondere i segni di ciò che era accaduto, anche se i segnali che i loro occhi emanavano erano inequivocabili. Per lei questo non rappresentava alcun problema, non aveva nessuno con cui giustificarsi, ma per lui era diverso. Si accomodarono in auto, mentre salivano i piani che li avrebbero condotti all’uscita del park incrociarono altri veicoli, con a bordo persone a lui note.
“Abbiamo rischiato, pensa se, poco fa, uno di loro mi avesse visto con te.” Stilettata.
“Era un rischio calcolato, lo sapevi, e non mi sembra che ti abbia turbato più di tanto.”
“No… anzi, mi è piaciuto.”
Mentre lui guidava, dirigendosi verso la sua auto parcheggiata poco distante, le disse: “Quando arrivo a casa devo farmi immediatamente una doccia, devo togliermi di dosso il tuo profumo. Non voglio che lei se ne accorga.” Stilettata.
“Poi, sicuramente dopo cena, devo lavare l’auto. Ho visto che sul cofano ci sono le impronte del tuo corpo, ed anche quelle delle mie mani. Se lei le vede, viene fuori un casino.” Stilettata.
Accingendosi a scendere dall’auto lui la salutò come fosse una semplice conoscente, senza stabilire quando e se sarebbe avvenuto un successivo incontro tra loro, lasciandola nell’incertezza di un loro possibile e futuro contatto, se di persona, se telefonicamente, o altro. Stilettata.
Fece pochi passi, si girò un’ultima volta per salutarlo con la mano, il suo sguardo si pose sul paraurti anteriore destro. Un tacco a spillo, appuntito come uno stiletto, aveva lasciato un solco, di forma vagamente circolare, scalfendo anche parte della vernice metallizzata. Una ferita inconsciamente inferta, forse, su quel bene di sua proprietà, da lui considerato alla stregua dell’ufficialità, più importante di un’amante. Di lei.
Lo guardò con un sorriso sibillino, lanciandogli un ultimo bacio prima di dirigersi definitivamente verso la sua automobile.

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5 risposte a “STILETTO (Die Geschichte von S)

  1. … la foto è perfetta!… non lo dico solo io, ma anche una mia cara amica, digiuna di tutto, che ha letto e visto… possiedi una sensibilità che pochi hanno… 🙂

  2. Pingback: LETTURE NELLA CITTÀ VECCHIA « I Silenti·

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