SULLA CASSIA

Paolo non era un motociclista, cioè non di quelli fissati che non si perdono neanche un motorshow. Gli piaceva andare in moto, questo si, ma non cercava né l’ebbrezza della velocità, né l’appartenenza ad un circolo di amatori. Aveva una vecchia Moto Guzzi e ne andava fiero. A chi gli diceva “perché non lo cambi quel catorcio!” lui rispondeva perentorio “perché mi piace”, ed erano tre parole semplici ma che spiegavano tutto. Giacchetto di pelle, casco aperto, occhiali da sole e il vento in faccia, così i suoi amici continuano a ricordarlo.
Quando le giornate iniziavano storte prendeva la Cassia e la seguiva fino al lago Bolsena. C’è un pezzo di quella strada che ha un qualcosa di surreale. Si trova proprio sul confine tra la Toscana e il Lazio. Te ne accorgi quando lo percorri d’estate, con la natura che soffre le pene del solleone, i girasoli che svettano fieri sopra i campi e i letti dei fiumiciattoli secchi che si screpolano come le superfici di remoti pianeti. Sono una ventina di chilometri in cui non c’è praticamente nulla, a parte una galleria, un distributore di benzina e qualche isolata fabbrichetta. Su quel tratto Paolo osava un po’ di più, dava gas e arrivava a centoventi, centoquaranta all’ora, ma mai di più. Gli piaceva sentire il vento sulla faccia, quello caldo di agosto che profuma quasi sempre di mare.
A Bolsena si faceva un panino, guardava il lago e di solito le cose andavano già un po’ meglio. Poi il caffè, la sigaretta, e via di nuovo verso nord, verso quella Firenze che non gli era mai piaciuta e che forse gli sarebbe sempre calzata stretta.
Quel camionista entrò in carreggiata senza guardare. Una sbadataggine, forse un riflesso accecante del sole di mezzogiorno, oppure fu il caldo, la fretta, o chissà. L’ultimo pensiero di Paolo fu d’incredulità; “che diavolo sta facendo quello!”. Poi fu buio.

GM Willo – Storie di un Click

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