2380

di Gaspare Burgio

Il vagone 2380 stava fermo sul binario di servizio. Era un binario senza arrivo che stava nella parte più esterna della Stazione, fra campi di sterpaglie e vecchie recinzioni, e dove i vagoni venivano riparati o puliti o lasciati là in attesa di attaccarsi a convogli orfani. Fredrick si tirò su la zip della tuta grigia e aprì e chiuse le mani perchè doveva fare qualcosa e tasche non ne aveva. Whilelm, dal canto suo, stava seduto sui gradini di accesso al vagone, col suo libro sulle ginocchia. Gli arnesi stavano per terra, poco distanti, buttati là che tanto oggi non servivano più. Il sole stava calando, gli stormi neri stavano tutti abbassandosi sui rami spogli dei platani circostanti.
– Ehi, ma qua devo fare tutto io? – esclamò Jurgen, affacciandosi dal finestrino, per poi pulirsi il naso con la manica. Gli altri due non risposero.
Poi vi fu un suono stranissimo, come di ferro che miagola, e il vagone si mosse. Da solo, o per chissà quale cosa che i tre, inavvertitamente, avevano combinato.
Whilelm alzò gli occhi dal libro, con espressione stralunata, mentre piano piano andava avanti. Il vagone prese velocità. Inizialmente Fredrick pensava che si sarebbe fermato da solo, e lo seguiva con la sua velocità. Poi si rese conto che il treno stava proprio scappando, e che lui stesso correva.
– Buttatevi! Scemi, buttatevi! – urlò. Whilelm lo fece, mentre Jurgen si divertiva a sporgersi dall’ingresso, roteare il cappello, e urlare “Vai Silver! Vai! Schiaccia gli indiani!”. Si buttò anche lui, finendo in un cespuglio a fiori gialli. Il vagone continuò a muoversi con un suono sordo e sgangherato, poi ci fu uno stridore, saltò da un binario, si capovolse e finì aldilà di un terrapieno, con un certo fragore. Aveva percorso circa un chilometro, coi tre che gli correvano dietro.
– Accidenti, e come lo ritirano su, adesso? -, riflettè Whilelm, grattandosi la testa.
– Non so, avranno delle cose apposta. Delle gru. Comunque noi diciamo tutti la solita versione. Che il binario era in pendenza, e i freni non erano installati. Non è colpa nostra, no? Noi dovevamo aggiustare il gruppo elettrico, no?
Jurgen valutò la situazione. – Non abbiamo fatto neanche quello…
Osservarono da vicino il vagone capovolto, più sotto, aspettando l’arrivo di qualcuno, ma forse la vegetazione aveva nascosto tutto l’accaduto. Whilelm raccolse la targa di metallo coi numeri 2380 in rilievo, che si era staccata nell’incidente. La osservò con un pò di malinconia. Era un bel vagone, lo era stato, insomma.
Fredrick volle puntualizzare ancora, che dei tre era il più ansiogeno. – Ok, allora? Dai, va bene questa versione? Non ci faranno nulla, vedrete.
-Io sono d’accordo… per quel che cambia… -, rispose Wihlelm buttandosi la targa alle spalle. – Ma lui non lo so. – Ed indicò oltre, alle colline.
Jurgen era già lontano, e si sbracciava per farsi notare e chiamare gli altri a seguirlo. Doveva aver trovato qualcosa di eccezionale sulla collina che stava risalendo.
In effetti eccezionale lo era. Si trattava di un cumulo enorme di vecchi vagoni. Una sorta di cimitero dei treni. Ve n’erano di tutte le epoche e stili.
– Per la miseria. – fu il commento di Fredrick, che guardava la vallata piena di ferraglia rugginosa. Ci fu una discussione, eppure i tre arrivarono ad un accordo in breve tempo.
Mancavano i mezzi, ma per fortuna vi erano molte case coloniche nei dintorni, abitate da rurali. Ci volle del tempo per mettere insieme cose e persone. Infine il vagone fu legato ad un carro trainato da sei grossi buoi bianchi. Altri fattori della zona, coi loro figli, si davano da fare con pesanti leve ai lati della grossa cosa capovolta. Anche i tre operai ebbero il loro daffare per spingere e tirare.
Il vagone si mosse. Qualche volta sembrò sul punto di ribaltarsi e schiacciare qualcuno, ma non lo fece. Ci vollero una gran fatica e molta collaborazione, soprattutto per spingere il vagone sul fianco inclinato della collina. Si aggiunsero altri buoi, poi qualcuno ebbe la favolosa idea di mettere dei tronchi sotto al vagone, per farlo scivolare. C’erano molte legnaie, non fu difficile trovarne di adatti, e a tutti sembrò di aver fino a quel momento spinto un montagna inutilmente.
Giunti alla sommità, spinsero un’ultima volta, e lasciarono che il 2380 andasse giù da solo nella valle dei treni morti. Ci furono un impatto fragoroso, un rumore assordante e tanta polvere di terra e ruggine che venne su. Infine, dopo l’applauso dei villici, fu silenzio.
– Mi vengono in mente le balene -, riflettè Wihlelm. – Che vanno tutte a morire nel solito posto.
Fredrick si pulì le mani sulla tuta.
– Io non avevo fatto nulla nè ai freni nè al binario. Una cosa del genere non era mai accaduta. Che qualcosa, insomma, si muovesse per conto suo. Mica siamo così in pendenza, che la roba scende giù da sola.
– Mi fai paura a dire così.
Scesero giù, dopo aver ringraziato i contadini, che almeno si erano intrattenuti con un diversivo dai soliti ingrati compiti.
– E che gli diciamo? Che il treno si è sentito di morire, ed è venuto qui? -, si preoccupò Whilelm. – Ci sbattono dentro.
Jurgen sorrise. – Non diciamo nulla. Secondo me neppure se ne ricordavano del 2380. Era là da un mese.
Whilelm si fermò un’ultima volta, aveva visto qualcosa nell’erba, mentre risalivano il binario morto per tornare in stazione. La targa di ferro coi numeri in rilievo. La osservò ancora, e se la mise sotto al braccio.

Gaspare Burgio – Altri Lavori

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