VIA DEL QUERCIONE

di GM Willo

L’avevano chiamata Via del Quercione perché un tempo vi cresceva un’enorme quercia all’angolo con la statale, ma ormai di quell’imponente albero che usava ombreggiare gran parte della strada che tagliava in due la collina, non rimaneva altro che un tronco mozzato alla base, e le radici che ancora deformavano l’asfalto nei pressi dell’incrocio. La gente locale ricorda ancora un grande temporale estivo di molti anni fa, ed il fracasso che si alzò sopra la pioggia battente, quando un fulmine si abbatté sulla quercia tagliandola nel mezzo come farebbe una lama rovente con una candelina di compleanno. La chioma dell’albero avvampò precipitando sulla carreggiata, e per due giorni gli automobilisti furono costretti ad allungare di quindici chilometri i loro abituali tragitti.
Io non ho mai visto quella quercia. La prima volta che imboccai Via del Quercione avevo sedici anni e il temporale che la uccise faceva già parte degli sfocati ricordi degli abitanti della collina. Dopo appena una trentina di metri di asfalto, la strada si trasformava in sterrata e proseguiva costeggiando sulla destra i campi dei contadini, mentre a sinistra c’era un boschetto di sempreverdi che apparteneva a una villetta quasi totalmente nascosta dai cipressi. Oltre i campi c’era la vallata e oltre ancora le colline sullo sfondo del cielo d’occidente, perfetto teatrino per i tramonti settembrini. Nelle giornate buone, profumate d’autunno ma ancora piene di tepore estivo, la raggiungevo in motorino fino all’inizio dello sterrato, per proseguire poi a piedi fin dove si perdeva, un chilometro più avanti, dopo la curva dell’ultima casa. Laggiù l’erba alta ed i rovi prendevano il sopravvento, ma si poteva sempre intuire la direzione del sentiero, che più avanti discendeva repentinamente verso un ruscello. Una volta mi ero spinto sino al corso d’acqua, solo per curiosità, ma non c’era davvero niente laggiù per cui valesse la pena rischiare di infangarsi le scarpe. No, l’unica attrazione di Via del Quercione erano quei quattro o cinquecento metri di stradina davanti alla valle, col sole rosso in faccia che lentamente scivolava dietro le colline, accendendo il cielo di ocra e di vermiglione.
Un giorno d’ottobre, mentre ripercorrevo quella strada all’indietro per tornare al mio motorino, feci uno strano incontro. Mi era capitato a volte, anche se abbastanza di rado, di incrociare qualche trattore di ritorno dai campi, ma mai una persona a piedi. Era giovane, praticamente mio coetaneo, e mi assomigliava, anche se in un modo che non saprei descrivere. Non nell’aspetto, dato che era biondo e con i lineamenti aggraziati, quasi femminei, completamente diversi dai miei. Non nel modo di vestire, o di camminare, ma in qualcosa di molto più sottile, diciamo pure di più intimo. Incrociandolo provai immediatamente la sensazione di conoscerlo. Lui mi salutò garbatamente con un sorriso, ed io di rimando gli feci un cenno con la mano, ma nessuno dei due disse niente. Poi tornai al mio motorino e lui alla sua passeggiata.
Qualche giorno dopo il tempo si ruppe, come si dice dalle mie parti, e non vi furono altre occasioni per godersi uno degli strepitosi tramonti di Via del Quercione. Passò un anno e verso la fine dell’estate successiva decisi di lasciare per un po’ la città, anche se mi trovavo in una fase della mia vita meno romantica del solito. Però i miei avevano litigato ferocemente ed avevo bisogno di starmene un po’ alla larga, così salii sulle colline per la passeggiata rituale. L’aria era davvero magnifica. Due giorni prima c’era stato un temporale coi fiocchi e la temperatura era piacevolmente scesa sui venticinque gradi, sancendo così la fine di una delle estati più torride dell’ultimo decennio. In città l’aria continuava a ristagnare nei viali invasi dal traffico, ma sulle colline si stava d’incanto.
Iniziai a camminare lentamente respirando a pieni polmoni le flebili brezze profumate di paglia e di pini. Sul campo alla mia destra avevano già incominciato ad arrotolare il fieno in enormi ballini che nella distanza sembravano le ruote di mastodontici carri. L’aria frizzantina, il sole in faccia e il ritmico e cadenzato movimento dei miei passi, mi regalarono subito una sensazione di tranquillità. Sulla via del ritorno, le preoccupazioni per i recenti dissapori famigliari si erano ormai dissipate. Fu allora che rividi il ragazzo.
Il mio cuore sussultò. Come poteva essere, a distanza di quasi un anno, ritrovarlo nello stesso punto. Sembrava che avessi riavvolto il nastro della mia passata esperienza e la rivivessi al rallentatore. Le gambe facevano fatica a sorreggermi, ma continuai a camminare incontro a quella figura che, contro ogni probabilità, era vestita esattamente come quel giorno di ottobre di un anno prima. Continuava a sorridermi, come la prima volta, ma ciò non mi rassicurò per niente. Dovevo sapere se mi aveva riconosciuto anche lui, così gli andai incontro e mi fermai a un paio di metri di distanza. Lui si fermò con il solito sorriso stampato sul volto.
– Scusa, tu eri qui anche un anno fa… – provai a dire, pur non sapendo dove volessi andare a parare. Lui rimase impassibile, come se non mi avesse udito.
– Ehi, mi senti? – chiesi io, ma lui nulla. Rimaneva immobile davanti a me, col sorriso sulle labbra. La luce del vespro svaniva rapidamente e una brezza meno amichevole delle altre, soffiò sul sudore che mi appiccicava la maglietta alla schiena, regalandomi un brivido di freddo. Ero sul punto di dire qualcos’altro, ma un riflesso, oppure un gioco di luci ed ombre, o più probabilmente la mia immaginazione, mi fece salire un nodo alla gola. Per un attimo mi sembrò di vedere attraverso la figura del ragazzo, quasi fosse un’immagine proiettata, come in quel famoso film di fantascienza. Qualcosa mi diceva che se non mi fossi mosso saremmo rimasti lì fino a notte, ed era l’ultima cosa che volevo. Abbassai lo sguardo, feci piazza pulita di ogni pensiero dalla mia testa, anche se il cuore mi correva nel petto come un indemoniato, e lentamente mossi alcuni passi. Con la coda dell’occhio vidi che anche il ragazzo aveva ripreso a camminare, ma non osai girarmi. Vi gettai di sfuggita lo sguardo solo quando raggiunsi finalmente il motorino. Era quasi arrivato in fondo alla strada, laddove iniziava il sentiero. Per me poteva bastare, così misi in moto e sfrecciai via, grato che il crepuscolo mi regalasse ancora alcuni minuti di penombra.
Non tornai più in Via del Quercione. Non per paura, anche se il pensiero di rivivere quell’incontro mi turbava, ma perché pochi giorni dopo questa mia avventura molte cose nella mia vita cambiarono. I miei si separarono ed io andai a vivere con mia madre e mia nonna, dall’altra parte della città, perciò cambiai scuola, amici ed abitudini. Anche se superficialmente mi convinsi che il mio incontro non aveva niente di strano, nonostante la strana coincidenza e l’abbaglio che mi era preso guardando quel ragazzo da vicino, qualcosa che tenni soppresso per molto tempo continuò ad abitarmi, quasi fosse consapevole del fatto che un giorno sarebbe arrivato il tempo di fare di nuovo i conti con questa strana faccenda. E quel giorno è finalmente arrivato.
Sono passati vent’anni da quel tramonto settembrino. Tre sere fa, mentre me ne tornavo a casa nella mia nuova città, lontana duemila chilometri da quella nativa, ho incontrato nuovamente il mio amico. Era esattamente come me lo ricordavo; la stessa frangia bionda, gli stessi occhi azzurri, lo stesso portamento, e naturalmente non era invecchiato di un singolo giorno. Stranamente questa volta non ho sussultato. Era come se me l’aspettassi… un altro grande cambiamento stava arrivando.
La casa è vuota, la pioggia batte, perché dove abito adesso l’autunno arriva prima. Il silenzio mi ricorda l’angoscia di questa mia nuova condizione. Mia moglie mi ha lasciato e il piccolo Matteo se n’è andato insieme a lei. Le cose non andavano bene tra noi ormai da diverso tempo, forse da troppo tempo… É arrivato il tempo di reinventarmi la vita, ma non ho più tanta voglia. Vorrei solo dormire, e sognare Via del Quercione, provare a rimettere tutto a posto, fare scelte diverse, prendere strade più sicure, come un baro che conosce tutti i trucchi per vincere la partita. Ma la partita è finita, e questa volta ho perso tutta la posta in gioco.
Se giocherò ancora? Per forza… che altro dovrei fare! E forse il mio amico tornerà di nuovo a trovarmi, per avvertirmi che il gioco è finito e che qualcosa di nuovo mi sta aspettando. Perché per quanto gli eventi siano esaustivi, solo la tua coscienza potrà convincerti della fine di un amore. Puoi fare finta di niente, ma tutto inevitabilmente passa, anche se qualcosa rimane per sempre, da qualche parte dentro al cuore.

GM Willo – Altri Lavori

Foto di: http://www.flickr.com/photos/terzocchio/

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2 risposte a “VIA DEL QUERCIONE

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