OSSERVARE

di Chiara Barbagli

La vidi per la prima volta ad un mercatino nella piazzetta delle Erbe in una bella giornata di autunno. Era bellissima. Portava i capelli raccolti in una coda di cavallo e una maglietta azzurra, e il sole tingeva i suoi capelli di rosso. Stava camminando a passo veloce con uno zainetto in spalla scambiando qualche parola con una sua amica. Aveva grandi occhi gentili. Me ne innamorai subito, non potevo farci niente, a volte è così. La sua amica si avvicinò a me e mi sorrise, ma io riuscivo a guardare solo lei. Feci finta di non averla notata abbassando poi lo sguardo e chiudendomi in me, sperando che non mi notassero.
La rividi solo qualche settimana dopo a lavoro. Faceva la commessa in un negozio di abbigliamento maschile ed era molto brava. Avevo notato che di tanto in tanto perdeva la pazienza con i clienti, le si arrossavano le guance, ma cercava di rimanere professionale. Poi andava nel magazzino e saltellava per scaricare il nervosismo. Mi piaceva sempre di più. E avevo anche scoperto il suo nome. Un tesoro prezioso: Elena.
Dopo qualche settimana avevo ormai capito il ritmo della sua giornata. Arrivava alle otto e trenta con una copia di un quotidiano e un cappuccino dentro una tazza di cartone della Starbucks. Apriva e si metteva al bancone per qualche minuto, finendo di sorseggiare il cappuccino e sfogliare le notizie. Poi arrivava la sua collega e lei andava a cambiarsi. Pranzava poi con la collega ed era lei a chiudere il negozio per tre giorni alla settimana. Una sera prese a parlarmi, credo di essere arrossito.
– Questa sera il mio gatto mi ucciderà – disse guardandomi. – Arriverò tardissimo per fare l’inventario. Come minimo troverò il divano completamente distrutto.
Io ero così emozionato che non riuscii a trovare le parole per rispondere, ma lei continuò a parlarmi del più e del meno. Rimasi beato ad ascoltarla, cullato dalla sua voce fino a quando non entrò la sua amica.
– Cosa fai Elena, parli con i manichini? – le disse. Sentì il mio cuore sprofondare. E così sono solo un manichino, fatto di plastica e di metallo. I miei occhi sono colorati e il mio cuore non batte come il suo. Eppure la amo ugualmente.
– Ciao Anna, parli di lui? È un buon amico, – disse Elena – mi fa compagnia quando rimango fino a tardi. Pensavo di dargli un nome.
– Sì? E come lo vorresti chiamare? – domandò Anna, appoggiando la borsa dietro il bancone. Si avvicinò anche a lei e cominciò a guardarmi con aria scettica. Elena mi fissò mordicchiandosi il labbro.
– Mika! – esclamò. Avrei alzato il sopracciglio se avessi potuto.
– Mika?
– Certo, hai presente quel cantante? Secondo me si assomigliano – disse ridacchiando Elena. Bene se la facevo ridere andava bene anche un nome tipo Fido.
A quel punto entrò un cliente, così Elena mi sorrise e tornò a lavoro. Per alcuni giorni rimasi silenzioso. Non sapevo perché ero come ero. Gli altri manichini non sembravano rendersi conto di quello che avveniva intorno a loro, fissavano semplicemente la gente e si facevano montare e rimontare. Io non ricordo quando ho cominciato ad osservare, ma di certo è molto tempo. Forse dormono tutti ed io mi sono solo svegliato prima degli altri. Mi sono svegliato vedendo Elena. Purtroppo però so di non essere umano, e che posso solo essere una specie di collega di lavoro che le tiene compagnia.
– Sei triste Mika? – mi disse una sera d’inverno. Era un periodo faticoso per lei, era il 24 dicembre e alle dieci di sera era ancora in negozio. Aveva gli occhi cerchiati e una ciocca di capelli sfuggiva alla coda di cavallo.
– In effetti è quasi Natale e dovrai rimanere solo per qualche giorno. Però ti ho portato un regalo. – Prese da sotto il bancone un cappellino rosso e me lo mise in testa. Era un cappellino da babbo natale. Non mi avevano mai regalato nulla, non sapevo proprio che fare. La guardai cercando di esprimere il mio sentimento almeno con i miei occhi dipinti.
– Sono un po’ triste anche io, Mika – si sedette sul bancone dondolando le gambe come una bambina. – Sono stanca e domani la mia famiglia festeggerà senza di me. È una noia perché loro non abitano in questa città e non ce la faccio a raggiungerli. Magari potrei venire a festeggiare con te – disse, poi rise.
– Cosa dico? Non è possibile, tu sei un manichino – mormorò.
In quel momento esplose qualcosa. La porta di vetro si spalancò ed entrarono due persone urlando.
– Merda c’è ancora la commessa! – gridò uno mentre Elena cercava di nascondersi.
– Dacci subito l’incasso! – gridò l’altro uomo. Entrambi avevano il viso coperto e impugnavano una pistola. Elena corse alla cassa per prendere i soldi e li passò con mano tremante a quello più vicino a lei. L’altro stava prendendo tutto quello che trovava interessante: cinture e golf di marca. Quando qualcosa non gli piaceva lo buttava a terra e lo rompeva o lo calpestava.
– Sei carina sai? – stava dicendo l’altro a Elena, pietrificata vicino al bancone.
– Smettila, non abbiamo tempo per questo – grugnì l’altro ladro afferrando la borsa di Elena e prendendole i soldi, il verme.
– Lo dici tu, è carina questa – e con un dito guantato le accarezzò il collo con aria possessiva.
– E poi cosa t’importa? Stasera non verrà nessuno.
– Io me ne vado, te la vedi tu con questa. Ti aspetto, ma solo dieci minuti – disse l’altro verme uscendo dal negozio devastato.
– Per favore… no… – disse con voce tremante Elena.
– Ora ci divertiamo un po’, tu fai quello che ti dico e torni a casa per Natale tutta intera. – Elena annuì e aspettò. Vidi lo scintillio nei suoi occhi. Pregai che non facesse niente, perché quell’uomo puzzava di muffa, come se fosse marcio. Lui le disse di togliersi il maglione e si avvicinò mentre lo faceva. Elena fece finta che non si aprisse uno dei bottoni e lui le si avvicinò bruscamente. Forse per strappare il maglione. A quel punto Elena gli diede un calcio al ginocchio e cercò di scappare. Lui si piegò, ma la prese nuovamente per il braccio. Non vidi nemmeno io cosa successe, ma partì un colpo della pistola. Se avessi avuto un cuore si sarebbe fermato in quell’istante.
Il ladro indietreggiò con le mani sporche di sangue e poi si dette alla fuga, mentre Elena rimaneva a fissare una macchia rossa sul suo golf bianco. Fece alcuni passi e prese il telefono, ma scivolò.
– O Dio… o Dio… – sussurrò, guardando il soffitto – non voglio morire… non voglio… aiuto… – teneva in mano la cornetta del cordless, ma sembrava averlo dimenticato. Mi guardò con gli occhi pieni di lacrime, già pallida.
Piano piano chiuse gli occhi e la mano le scivolò di lato macchiandosi del suo stesso sangue.

– Come ti senti oggi Elena? – Anna portava un gran mazzo di fiori che la nascondevano quasi completamente. Lo posò sul tavolino della stanza d’ospedale di Elena.
– Meglio, in un paio di giorni mi lasciano tornare a casa – disse con un debole sorriso Elena. – Come vanno le cose al negozio?
– Era un mezzo disastro, dovremo tenere chiuso per un po’, ma non preoccuparti, non è niente di irreparabile. – Anna sorrise nervosamente. Quando l’aveva chiamata la polizia era quasi svenuta, stava preparando il cenone e per quello aveva lasciato Elena in negozio a chiudere i conti. Si sedette accanto a lei e le prese la mano.
– Elena… perdonami, io … se avessi saputo… – aveva gli occhi pieni di lacrime.
– Sono stata stupida io, quando si è avvicinato quel maiale ho voluto reagire, probabilmente non sarebbe successo niente se fossi rimasta tranquilla.
Bussarono discretamente. Un poliziotto entrò chiedendo se poteva fare qualche domanda.
– Vado a prendere un succo di frutta, torno tra poco – disse Anna allontanandosi.
– Vorrei solo ricostruire l’ultima parte dell’aggressione – disse il poliziotto. – Erano le dieci e quindici.
– Sì, stavo per uscire ormai. Sono entrati in due.
– Segni particolari?
– No, purtroppo no. Avevano il viso coperto e non avevano accenti. Ero troppo spaventata per capire altro…
La ricostruzione andò avanti per qualche minuto, alla fine il poliziotto si grattò il collo.
– Qualcosa non va? – domandò Elena.
– Sì. No, voglio dire… ci sono delle cose che non coincidono secondo i nostri dati. Potrei chiederle per esempio se è davvero certa di essere stata sola quella sera?
– Certo… ero sola, la mia collega era uscita prima per preparare la cena. Perché questa domanda?
– Si tratta della chiamata al pronto soccorso. Lei non aveva composto il numero.
– Io… no avevo preso il telefono, ma non ho composto il numero. Credo di essere svenuta. io… credevo che i vicini avessero chiamato i soccorsi sentendo il rumore… – disse Elena cominciando a sentirsi decisamente confusa.
– A volte è difficile ricordare esattamente cosa succede in questi casi. Forse può servirle risentire la registrazione del pronto soccorso… – propose il poliziotto.
Il poliziotto prese dalla tasca un piccolo registratore e dopo un paio di tentativi lo attivò. Dopo un lungo gracchiare si sentì la voce di una operatrice del 118.
– Pronto, 118.
Prima si sentì un fruscio. Elena capì dopo che si trattava del suo respiro affannato.
– Oh… Dio…
Era la sua voce sommessa, un sussurro.
– Non riesco a sentirla. Parli più forte. Cosa sta succedendo?
Un altro fruscio. Forse qualcuno aveva raccolto la cornetta.
– Una donna è ferita – era una voce maschile.
– Cosa è successo? – chiese l’operatrice – mi descriva le condizioni della persona che ha bisogno di aiuto… –
– Le hanno sparato, ha una ferita al torace. Perde molto sangue – rispose l’uomo.
– Mi dica dove si trova le invio una ambulanza.
L’uomo dette l’indirizzo.
– Cosa posso fare? – disse lui con aria spaventata.
– Non attacchi e continui a parlare con lei. – L’operatrice dette qualche istruzione per fermare l’emorragia.
– Elena… sono qui non preoccuparti… non ti lascio sola.
Silenzio.
– Arriveranno presto. Non ti lascio.
Ancora silenzio.
– L’ambulanza è vicina ormai, continui a parlare.
Il telefono registrò la sirena dell’ambulanza.
– Signore… non mi ha ancora detto il suo nome. Come si chiama? – domandò l’operatrice.
– Si chiama Elena – disse l’uomo.
– No, voglio sapere il suo nome – insistette l’operatrice.
La sirena si fece ancora più forte, quasi non si sentiva la voce di chi parlava
– Mika, mi chiamo Mika…

Chiara Barbagli – Altri Lavori

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