LA COSA IN SOFFITTA

di GM Willo

Jacopo non sapeva che in soffitta suo padre teneva una di quelle fino alla sera in cui lo sentì parlare al telefono con lo zio Vincenzo. Per un attimo il discorso era caduto, forse involontariamente, sui Tempi Bui e su tutte le cose brutte che erano accadute.
– Si, dovrei disfarmene uno di questi giorni, anche se ormai è praticamente innocua…
A quelle parole Jacopo aveva drizzato le orecchie e si era lasciato cadere dalle mani il libro che stava leggendo. Poi, senza farsi vedere, si era avvicinato alla porta del corridoio per ascoltare meglio, ma ormai la parte più interessante della conversazione sembrava terminata. Suo padre e lo zio stavano parlando della gita in barca prevista per il fine settimana, organizzata per tutta la famiglia. Ci sarebbero stati anche Giulia e Tristan, i suoi cuginetti, e insieme avrebbero forse avuto l’occasione di raccogliere qualche bella conchiglia.
Gli occhi del bambino si mossero in automatico verso la rampa di scale che dall’ingresso della casa saliva verso i piani superiori. Al primo c’erano la sua stanza da letto e quella di sua sorella Tara, che era uscita anche quella sera con gli amici. Al secondo piano invece vi erano la camera dei suoi genitori e l’ufficio della madre, ed era proprio lì che si trovava la donna dato che il venerdì lavorava sempre fino a tardi. Nel soffitto del pianerottolo era possibile intravedere la finestrella dalla quale si poteva accedere alla soffitta. Un tempo vi era una catenella per aprirla ed estrarre la scala a molla per salirvi su, ma il padre di Jacopo l’aveva tolta perché non voleva che i suoi figli andassero a curiosare. Il bambino non si era mai chiesto il motivo di tale precauzione, ma adesso incominciava a capire; nella soffitta si trovava qualcosa di antico e proibito appartenente ai Tempi Bui. Sui libri di scuola aveva visto alcune foto di quegli oggetti. Si diceva che erano stati tutti distrutti perché, anche se come aveva detto giustamente suo padre ormai erano del tutto innocui, alla gente ricordavano un’epoca piena di disgrazie ed infelicità.
Jacopo era divorato dalla curiosità. La sera era ideale per un’escursione in soffitta. La madre lavorava, la sorella era fuori e suo padre si era rimesso a leggere il suo libro in salotto. Il ragazzino sgattaiolò in cucina e agguantò la scopa di saggina, svitandone il manico di legno. Poi cercò nella cassetta degli arnesi una vite a forma di gancio, che fissò ad un’estremità del manico con del nastro isolante. Soddisfatto del proprio lavoro, provò il suo arpione artigianale con un cassetto della cucina, che si aprì di scatto provocando un certo fracasso.
– Tutto a posto di là? – la voce del padre gli fece fare un sussulto.
– Si papà, cercavo delle forbici. – ed arrossì per quell’innocua bugia.
– Ah… – rispose il padre distrattamente. – Che devi fare?
– Niente, vado in camera a ritagliare alcuni articoli per la ricerca di scuola… – L’idea che potesse continuare a mentire così facilmente lo inorgoglì e lo fece sentire male al tempo stesso.
– Ok… – assentì il padre, senza mai staccare gli occhi dal libro.
Jacopo salì i gradini due alla volta fino al primo piano, il manico di scopa uncinato stretto in mano, poi aprì e chiuse la porta della sua stanza per simulare i suoi propositi. Fece trascorrere un minuto abbondante dopodiché, con passi felpati, si diresse verso il secondo piano. Poteva sentire la voce della madre che parlava al telefono nel suo ufficio. Bene, pensò, in questo modo non si accorgerà di niente.
Si fermò proprio sotto la botola della soffitta e allungò il braccio per raggiungere l’occhiello con la vite uncinata. Sbagliò la mira e si udì il rumore sordo della vite metallica contro la superficie lignea della porticina. Il ragazzo si lasciò sfuggire una mezza imprecazione, volse lo sguardo verso la porta chiusa dell’ufficio della madre ma questa stava ancora parlando al telefono. Jacopo riprovò ad agganciare l’occhiello e questa volta ci riuscì. Si augurò che la botola non cigolasse troppo e tirò lentamente, ricordandosi del cassetto della cucina che si era aperto di scatto. La porticina si dischiuse rivelando la scala a molla ad essa attaccata ed oltre questa le tenebre della soffitta. Improvvisamente a Jacopo passò la voglia di andarci, anzi aveva già deciso che non ci avrebbe messo piede… solo un’occhiatina, per curiosità.
Sempre con il manico di scopa fece scendere la scala a molla, che non produsse alcun rumore fino allo scatto del bloccaggio. “Questa volta mi ha sentito!”, pensò Jacopo, che già preparava il sorriso innocente da mostrare alla madre, ma la donna era ancora al telefono e non sembrava avere intenzione di agganciare la cornetta per un bel po’ di tempo. Jacopo si tirò indietro una ciocca di capelli che il sudore gli aveva appiccicato sulla fronte e mise un piede sul primo scalino. “Solo un’occhiatina” si ripromise, e incominciò a salire.
Il buio sopra di lui sembrava solido. “Però deve esserci un interruttore vicino all’apertura, forse dietro quella trave” pensò il ragazzino, salendo lentamente un altro gradino. Con le mani raggiunse il pavimento della soffitta, salì ancora fino a che riuscì a sporgere la testa oltre l’apertura, fece abituare gli occhi all’oscurità ma non gli fu possibile scorgere alcunché. Allora con la mano cercò l’interruttore, dietro quella trave che aveva visto. “Eccolo!”, pensò, sentendo il dispositivo di plastica sotto la mano, ma quando provò ad accenderlo rimase deluso; la lampadina doveva essersi fulminata.
“Accidenti, non ci voleva…” Non aveva pensato di portarsi una torcia elettrica per quell’eventualità. “Missione abortita!”, sibilò tra i denti, pensando di essere uno degli eroi dei suoi libri di avventura. Era sul punto di scendere quando qualcosa colse la sua attenzione; un’ombra, un riflesso o forse una luccichio… Proveniva da un angolo della soffitta. Erano i suoi occhi che si stavano abituando al buio oppure c’era davvero qualcosa là dentro che emetteva luce?
Salì lentamente un altro gradino. Ormai l’intero suo busto sporgeva oltre la botola. “Solo un’occhiatina…” ripeté a sé stesso. Adesso riusciva chiaramente a distinguere l’oggetto, una scatola di grosse dimensioni, con un vetro spesso che ricopriva un’intera faccia. Era il vetro che emanava quello strano chiarore. Ancora Jacopo non sapeva dire se era un riflesso della luce che proveniva dal pianerottolo oppure qualcosa che apparteneva alla scatola, ma di una cosa era certo; quella che aveva davanti era la cosa proibita che stava cercando. L’aveva riconosciuta subito.
“Ok, adesso che l’hai vista, puoi tornare indietro, chiudere tutto e dimenticartela…” si disse, ma invece salì un altro gradino, e poi un altro ancora, che era l’ultimo, e senza forse volerlo, il piccolo Jacopo si ritrovò davanti a quel vetro apparentemente innocuo, nell’oscurità opprimente della soffitta. Con le dita incominciò ad accarezzare la superficie liscia di quella cosa, perdendosi nei suoi riflessi. C’era qualcosa di ipnotizzante in quell’oggetto, anche se, come aveva detto suo padre, doveva essere ormai completamente inoffensivo. O forse no…
I suoi genitori lo trovarono una ventina di minuti più tardi, in ginocchio davanti al vetro, ancora preso ad accarezzare l’oggetto proibito. Non si accorse neanche della loro presenza. Il padre lo fece alzare dolcemente e lo riportò di sotto. Quando furono in camera, gli spiegò che aveva fatto una marachella ma che non si sarebbe arrabbiato. Si sentiva troppo in colpa per rifarsela con il figlio. In effetti, glielo avevano detto tutti che sarebbe stato meglio disfarsi di quello oggetto. Erano passati anni da quando le trasmissioni erano state interrotte, in ogni angolo del pianeta, e si era tornati a leggere libri e ad incontrarsi nelle piazze e per le strade. I Tempi Bui erano solo un brutto ricordo ormai, ma gli oggetti che provocarono quell’era di disordine potevano ancora avere un’influenza negativa, soprattutto sui più piccoli. Era come se conservassero un potere occulto, che per qualche inspiegabile motivo, era riuscito a penetrare la materia dell’oggetto stesso.
Il padre di Jacopo rimase ad osservare la testina del figlio più piccolo sporgere dalle coperte del suo letto, con un senso di tenerezza ed apprensione nel cuore. Che sciocco che sono stato, pensò. Poi gli augurò la buonanotte e gli gettò un altro bacio.
Il giorno dopo si sarebbe finalmente disfatto di quel vecchio televisore.

GM Willo – Altri Lavori

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2 risposte a “LA COSA IN SOFFITTA

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